SUL “FILO ROSSO” DELLA MEMORIA

A visitare la Cina e la sua gente si ha l’impressione che il modo di vivere e di intessere relazioni non siano cambiati rispetto a due-tre mila anni fa. Il problema più grave è sempre stata la povertà, presente tuttora nelle campagne anche se in città comincia ad apparire un certo benessere. Su questo tessuto, i Camilliani sono stati invitati per occuparsi di malati e lebbrosi.

 

Karl Marx ammetteva la “diversità” della Cina. Anzi il filosofo “inventore” del comunismo riteneva che la società cinese fosse “profondamente” diversa dalle società occidentali, tanto da ammettere un “modo di produzione asiatico” del comunismo che si caratterizzava per comunità di villaggio isolate, progetti di opere pubbliche su ampia scala, assenza di proprietà privata della terra e lotta di classe significativa. “Identificando tale “modo di produzione asiatico”, Marx lasciava intendere che le società asiatiche non si erano evolute secondo le linee seguite dalle società europee…” (J. A. G. Roberts, Storia della Cina - Il Mulino, 2001).

 

La diversità cinese

Ciò che, a mio parere, è più “diverso” in Cina rispetto all’Occidente, è il peso delle tradizioni antiche, qui più che mai evidente e sostanziale. Questo sia nella Repubblica Popolare ancora dominata, almeno nominalmente, dal comunismo, sia in Taiwan o Repubblica di Cina dove si rifugiarono, con il loro capo Jiang Jieshi (da noi più noto come Chang Kaishek: notiamo una volta per tutte che noi adottiamo il sistema di translitterazione dagli ideogrammi cinesi detto Wade-Giles), un milione e mezzo di Cinesi che non intendevano sottomettersi al regime di Mao Zedong.

I modi di vivere, di pensare, di intessere relazioni, non sembrano essere cambiati in Cina (tutta) da quanto si usava due, tre, quattro mila anni fa. Ciò si nota soprattutto nelle campagne della Repubblica popolare la cui differenza, rispetto ai “paesaggi” (non soltanto naturali) del Medioevo, è data sostanzialmente dalle antenne paraboliche, evidentissime sui tetti di coppi in argilla bruna delle casette dei villaggi sparsi sulle montagne o nelle campagne, vastissime e coltivate con amore quasi maniacale.

Una società “ferma”, dunque? Tutt’altro. In Taiwan, che mai ha perso i contatti stretti con l’Occidente politico e culturale, i segni della globalizzazione sono forse meno eclatanti che nella Cina popolare, poiché le mutazioni sono avvenute in tempi più lunghi. Nella Cina popolare l’assorbimento degli stili di vita occidentali è accaduto (e sta accadendo) in modo scomposto e febbrile, quasi si dovessero recuperare tempi perduti. Ma tutto questo mantenendo saldi alcuni punti fermi, come l’uso quasi esclusivo di molta mano d’opera là dove noi usiamo macchine. Forse dipenderà dalla densità della popolazione, ma qui le autostrade si costruiscono ancora con gli scalpellini che tagliano a forza di braccia le pietre.

 

La "provincia ribelle"

Taiwan va avanti, difendendosi dai tentativi (ripetuti) di accaparramento da parte della Cina popolare che considera l’isola una “provincia ribelle”. Qui il sistema politico democratico non è mai venuto meno da quando, nel 1912, il dottor Sun Zhongshan (il “maestro” del generalissimo Jiang Jieshi) proclamò la Repubblica di Cina buttando fuori i funzionari della dinastia imperiale Manciù-Qing che dominavano l’isola. Soffre del fatto che, nell’illusione di poter tornare a governare la “grande Cina”, il generalissimo non abbia provveduto a far riconoscere l’isola come Stato indipendente fin dal principio. Conserva le tradizioni cinesi nella religione (taoista o buddista), nell’etichetta dei rapporti fra persone (una cortesia formale che sorprende noi europei), ma per il resto è completamente occidentalizzata: grattacieli nelle città (brutti perché - come nella Cina popolare - si è importato il peggio dell’arte architettonica moderna occidentale); traffico da capogiro con smog relativo e relativo inquinamento dell’aria; spiccato individualismo; corsa al denaro ed al potere economico; disprezzo (o mancanza di attenzione) per i poveri.

Nella Cina popolare, apparentemente, il comunismo è come se non fosse mai passato; è ciò che si osserva quando si è lontani (e le lontananze qui sono imponenti poiché il sistema di comunicazioni interno è da disperazione) dalle grandi città, come Beijing (che resta la capitale) o Kunming, che ho visitato e che potrebbe essere la seconda città cinese come importanza. In campagna funziona tutto più o meno come un tempo: campi coltivati con un ordine “mostruoso” (ma manca la “cultura della casa”, che sta a significare ordine, pulizia fra le pareti domestiche…) anche là dove raggiungere il campo è un’impresa, affrontata quotidianamente con coraggio dai contadini. 

A sinistra: una via della città di Kunming.

Sopra: vista di ampi terreni di montagna coltivati a terrazza 

 

Famiglia e società

I vecchi (non più così rari come un tempo) sono ancora rispettati; i bambini (soprattutto i maschietti) amati alla follia, nonostante i divieti statali ad avere più di un figlio per coppia. Anche l’effervescenza commerciale è un dato di tradizione: da sempre i Cinesi sono conosciuti come ottimi affaristi e lavoratori instancabili (a Kunming, nel centro cittadino come in periferia, non trovi un centimetro di strada o sottopassaggio che non sia occupato da qualcuno che vende qualcosa, ciò che era assolutamente proibito dal regime comunista che non ammetteva l’iniziativa e la proprietà private).

Pure nella Cina popolare a farla da padrone, dal punto di vista architettonico, è il modello occidentale, copiato però in maniera sgraziata, con più rispetto per il dato scenografico che per la purezza delle linee. E, come sempre accade quando un regime totalitario s’insedia, si è cancellato tutto il passato (bellezze artistiche incluse) per dare vita ad un livellamento generale su un “nuovo” nella maggior parte dei casi francamente brutto. Oggi che il regime sta allentando le briglie a favore di una maggior apertura dei mercati (e delle frontiere) verso l’Occidente, tutto questo viene a galla. Ma il rimpianto sembra essere più del turista occidentale che non del cinese, pago dei suoi palazzi-monstre rivestiti di piastrellone bianche o celesti o delle case popolari con colonne “doriche” ed intonacate con colori pastello tipo Wedgewood, che ormai non si vedono più neanche in Inghilterra.

Sono tornate a galla le qualità tipiche dei Cinesi, da sempre lavoratori instancabili, risparmiatori, attaccati al denaro, usi ad una sobrietà di vita che non è ascrivibile soltanto al regime maoista, ma che stava dentro già. I vestiti, ormai, sono del tutto occidentali anche in campagna. Però l’animo è rimasto quello di cento, mille anni fa. 

 

Modi di essere

Il paesaggio, con le nebbie che il freddo fa alzare dai fiumi, grandi, maestosi, così come dai rivoli, fra i rami spogli degli alberi che la brina rende lievi e luccicanti come cristallo, è quello che ancora si può ammirare nelle antiche pitture dei maestri calligrafi d’un tempo lontano.

L’arte della scrittura, anche quella, è rimasta viva e vitale: gli ideogrammi non sono segni alfabetici, sono immagini che rimandano a suoni e cose. Per questo una poesia scritta dà luogo ad un doppio godimento estetico: quello dei suoni e delle parole e quello della vista davanti a caratteri disegnati alla perfezione con i sensibili pennelli intrisi d’inchiostro seppia.

Pure la voglia di chiacchiere è rimasta tale e quale, insieme con il piacere della contrattazione: se vuoi un piatto di spaghetti di soia non basta dire al cameriere del ristorante: “Desidero un piatto di spaghetti di soia”. Occorrono tante altre spiegazioni, un certo contrasto, una vera e propria contrattazione…

 

Due popoli “divisi” dalla stessa lingua

A Taiwan si parla e si scrive il cinese mandarino, che però qui è chiamato “taiwanese”: una lingua molto complessa (basti sapere che gli ideogrammi sono tremila e più, anche se quelli utilizzati normalmente sono un numero inferiore). Una ragione c’è nel chiamarlo “taiwanese”, perché se la scrittura è uguale, le pronunzie sono diverse e un Taiwanese (che pure è originario dalla Cina) ed un Cinese che si parlano, corrono il rischio di non capirsi se non dopo vari tentativi.

Infatti, dicono gli esperti, il cinese mandarino parlato ha una quantità di “toni” che, per farsi capire correttamente, occorre conoscere: basta una piccola sfumatura nell’appoggiatura o nell’emissione della voce, perché cambi il significato della parola.

Per un Occidentale lo studio della lingua è un’impresa non da poco: prima di tutto, per imparare i vari ideogrammi con cui la si scrive; poi per morfologia e sintassi, che non hanno parentele con le lingue occidentali; infine per i suoni e i toni, che non hanno - anch’essi - somiglianze con i nostri. Se la lingua, parlata e scritta, è sintesi e simbolo della cultura di cui è interprete e frutto, occorre dire che per un Occidentale è necessaria una fatica analoga per entrare in contatto con quella cultura (o, forse meglio, “quelle”, poiché è superficiale pensare ad un’unica e univoca cultura in un Paese sterminato come la Cina) e quindi con le persone che in questa si sono formate.

Penso che questa considerazione stia anche alla base delle diversità linguistiche fra Taiwan e Repubblica popolare, quasi per accentuarne le differenze, una sorta di estraneità che gli attuali Taiwanesi, ex abitanti di quella che è diventata la Cina popolare, sentono e desiderano sottolineare.

 

E qui arrivarono i Camilliani…

Uno dei problemi gravi lasciati aperti dal declino della società socialcomunista - e che nemmeno Taiwan forse ha risolto, sia pure con altri stili - è quello delle povertà. Se il comunismo ha avuto fortuna in Cina, è anche perché nella società cinese le disparità fra le classi erano diventate insopportabili e il progetto comunista sembrava farle concretamente superare.

Ora i poveri non sono scomparsi del tutto, anche se il benessere sembra essere abbastanza diffuso nelle città: diverso è nelle campagne. E non si capisce chi può prendersi cura di loro, dato l’individualismo e la diffusa privatizzazione delle produzioni che procurano ricchezze.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il problema dei malati poveri suggerì a Mons. Joseph Kerec, un salesiano nativo di Lubiana, amministratore apostolico della diocesi di Zhaotong (la comunità cattolica è sempre stata esigua in Cina, ma comunque attiva), di chiedere ai Ministri degli Infermi (Camilliani) di insediarsi nello Yunnan per occuparsi dei malati poveri, in particolare dei lebbrosi assai numerosi, e per iniziare non soltanto un’opera di aiuto materiale (aprendo ospedali, ambulatori), ma anche spirituale ai malati. Insomma, per dare inizio anche in Cina a ciò che è proprio del carisma camilliano.

Questo accadeva nel 1946. Un gruppo di Camilliani (sette sacerdoti e sette fratelli, cui si aggiunsero cinque Ministre degli Infermi) partì e cominciò ad esplorare, ad aprire una casa a Zhaotong come “base” e poi un ospedale. Il territorio era difficile: per giungere a Qiaojia città di medie dimensioni a ottanta chilometri da Huize, occorrevano due giorni di marcia a dorso di mulo, su impervi sentieri di montagna (attualmente in land rover s’impiega un giorno tra andata e ritorno, dato che le strade sono state migliorate ma di poco: è comunque in costruzione un’autostrada che certamente cambierà radicalmente le cose).

I Camilliani poterono però lavorare pochi anni (come si dirà in seguito), poiché ben presto (correva l’anno 1952) il regime comunista di recente insediato li cacciava brutalmente. Il gruppo si divise: alcuni raggiunsero la Thailandia e lì s’insediarono. Un altro piccolo manipolo pensò di installarsi a Taiwan, l’altra Cina, in parte a Lotung, nell’I-Lan, una regione molto povera, e in parte a Penghu (altra regione di Taiwan che noi conosciamo meglio sotto il nome di Isole Pescadores), a Paisha e nella capitale, Makung.

A sinistra: Mons. Kerec (cotta bianca e stola) benedice (1946) la posa della prima pietra della casa religiosa nella città di Zhaotong.

Sopra: Fratel Amici al lebbrosario S. Teresa (Kunming)

 

Il sangue dei martiri

Non tutti i Camilliani hanno abbandonato la Cina popolare: padre Celestino Rizzi e suor Claudia Martinelli vi hanno lasciato le loro spoglie. Sono morti entrambi a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra, a Huize, nel 1951, consumati dalle fatiche e dalle angherie cui sono stati sottoposti dal regime. Le loro tombe non si trovano più, anche se si conosce il luogo dove riposano i corpi.

Si usa dire che il sangue dei martiri feconda la terra aprendola al Vangelo: forse in Cina sta accadendo proprio questo “miracolo”. Del gruppo dei fratelli che avevano lavorato nello Yunnan faceva parte Davide Giordan, uomo dinamicissimo che aveva giurato di non dimenticare la Cina e di tornarvi non appena fosse stato possibile. Giordan era rimasto a Taiwan, a Makung, Isole Pescadores, nonostante gli inviti ad andare altrove. Questa sua “ostinazione” alla fine è stata premiata.

Da qualche anno, per cercare di risolvere il problema dei lebbrosi (ancora numerosi, rinchiusi in lebbrosari indecenti, espulsi praticamente dalla società civile come indesiderati), le autorità dello Yunnan hanno chiesto aiuto per costruire lebbrosari più decenti. Ovviamente i Camilliani hanno accettato la proposta e fornito mezzi. Così è in corso di ristrutturazione il lebbrosario di Huize; a Zhaotong è stato costruito un lebbrosario (purtroppo la strada per raggiungerlo dalla città è quasi impraticabile!); un altro si è aperto (ma ancora non funziona) a Qiaojià. Sono ammesse non soltanto le visite da parte di Camilliani agli “ospiti”, ma è anche gradito un piccolo contributo finanziario - offerto in una busta rossa - a ciascuno di essi.

C’è una speranza che non si ha il coraggio di pronunciare ad alta voce per il timore che scompaia dall’orizzonte: che un Camilliano possa risiedere stabilmente nello Yunnan per seguire i lavori di eventuali altri insediamenti, oltre che il completamento di quelli già iniziati; per avere stabili contatti con le autorità locali. E poi… c’è anche il “sogno” di Giovanni Paolo II che spera di riaprire i rapporti con la Repubblica popolare e di potervisi recare…

 

Pluralità di iniziative

Intanto a Taiwan le opere continuano: il St. Mary’s Hospital di Lotung - che già è un ospedale moderno ed efficiente - sta per ingrandirsi e migliorare le sue installazioni. Padre Giancarlo Michelini, che ha aperto un asilo, un centro culturale, scuole di musica e danza per i giovani, continua nel suo lavoro di ricerca e di proposta anche fuori dei confini dell’Isola, di una cultura in parte sconosciuta. Padre Giuseppe Didoné, sempre a Lotung, raccoglie e cura con amore giovani handicappati (l’handicap nella cultura cinese è una vergogna, quindi gli svantaggiati venivano “sepolti vivi” in famiglia perché non si sapesse). Anche padre Celestino Rizzi si occupa di ragazzi con handicap.

Fratel Petrin raccoglie anziani semi abbandonati e malati terminali: sono poveri che non avrebbero altro aiuto se non ci fossero i Camilliani. Padre Raimondo e padre Felice si dedicano all’assistenza ed evangelizzazione degli Aborigeni.

La comunità camilliana di Lotung è numerosa: qui vivono padre Pastro, uno dei pionieri della missione in Cina, e fratel Marinello, pediatra, “antica colonna” del St. Mary’s Hospital.

A Makung, padre Antonio Didoné - rimasto solo dopo l’improvvisa scomparsa di fratel Giordan - tiene aperto il St. Camillus Hospital che accoglie anziani e malati terminali. È forse questa la struttura più “debole”, attualmente. Ma non è detta l’ultima parola.

 

Il St. Mary's Hospital nell'isola di Taiwan. Un ospedale efficiente per la cura dei malati. 

Attività dei camilliani: al centro Fr. Petrin con anziani, a destra: gli handicappati di P. Celestino Rizzi

 

La speranza non muore…

Padre Anselmo Zambotti, a Taiwan da poco più di sei mesi, e padre Matteo Kao - Camilliano e Taiwanese puro sangue - vivono attualmente a Taipei (la capitale di Formosa) dove hanno provveduto a ristrutturare una casa per farne un punto di appoggio e di propulsione per le attività camilliane in Cina (le due). Questi due Camilliani sono una sorta di avamposto, quasi un ponte ideale, un supporto concreto delle speranze per un ritorno nello Yunnan.

La realtà della Cina popolare sta cambiando rapidamente e forse uno dei frutti buoni della globalizzazione potrà essere la riapertura delle frontiere cinesi ai missionari. Chissà…

Marisa Sfondrini

 

DUE STECCHINI PER MANGIARE

In Cina non esistono le posate (cucchiaio, forchetta e coltello): com’è ampiamente risaputo, per portare i cibi alla bocca si usano normalmente due bacchette per lo più in legno (ma ce ne sono di preziose in avorio ed altri materiali pregiati).

Sembra facile a prima vista, osservando i Cinesi che le maneggiano con disinvoltura, utilizzare i due legnetti per portare alla bocca piccoli pezzi di carne o pesce (non potendo tagliare, ogni solido è presentato in tavola già spezzettato), verdure, riso eccetera. Ma provateci un po’ e vi accorgerete che il grasso (anche se pochissimo) rende scivolosi e inafferrabili (per mani inesperte) anche i pezzi più grandi; che le verdure cotte hanno tendenze perverse ad atterrare sulle cravatte occidentali; che il riso, pur portato alla bocca da scodelline messe sotto il mento, “sgambetta” via e si sparge sulla tovaglia, quasi volesse impiantarvisi e crescere…

Non ci s’impiega molto ad imparare che: 1°) se vuoi aver la meglio sulle dispettose bacchette, non ti devi innervosire; 2°) afferrare le bacchette con forza non serve: come ogni creatura di genere femminile, anche loro preferiscono la dolcezza del tocco; 3°) uno sguardo implorante muove sempre la cortesia dell’anfitrione cinese, che si affretterà a prendere dai vassoi i bocconi più prelibati per depositarli dentro la tua ciotola; 4°) se prendi tutto con spirito, il gioco può diventare divertente: riuscire ad afferrare “un fagiolo uno” per volta (il massimo dell’abilità) può diventare una soddisfazione.

 

La “vera” cucina cinese

Quella che si può gustare nei ristoranti, nelle osterie e nelle bettole d’ogni categoria (e che ha poco da spartire con quella dei ristoranti cinesi occidentali), è semplice e tutto sommato sana. Usa pochissimo i condimenti grassi, non usa o quasi il sale (marino o salgemma che sia), insaporisce con la soia, il pepe, il peperoncino, lo zenzero, il cren… cioè tutto l’armamentario delle spezie e degli aromi (che anche noi usiamo in cucina).

Le tecniche di cottura utilizzate sono anch’esse sane: molto la bollitura, poco (se non nelle isole) la frittura. L’insieme è saporito. Se poi sei occidentale, l’uso delle bacchette favorisce la sobrietà nelle porzioni. Diverso è per i Cinesi d.o.c. che sono robusti mangiatori, specialmente al mattino. Con grave sorpresa per chi, come noi italiani, è abituato a farsi “na’ tazzulella e’ café” e nient’altro. Anche all’alba ingollano ingenti proporzioni di spaghetti di soia (conditi con peperoncino, aglio, ma non olio), uova sode, pane cinese (assolutamente bianco come se non fosse cotto) ed altre leccornie (che per la verità noi occidentali riusciamo poco ad apprezzare, come nel caso delle uova gallate e col relativo pulcino incorporato, bollite secondo i tempi regolamentari).

Ciò non toglie che nelle grandi città, come Kunming, i McDonalds offrano hamburger, cheseburger, patatine fritte, pollo fritto made in USA, feste di compleanno per bambini e bambine con relative canzoncine Happy birthday… ed anche posatine di plastica (cucchiaio, forchetta e coltello), al posto delle tradizionali bacchette.

 

 

L’ARTE DI RICEVERE

Il signore che ti sta davanti, mezza età, funzionario della pubblica amministrazione d’alto grado, sorride, s’inchina, sorride e poi ancora s’inchina porgendoti la mano in un gesto che non gli è familiare, ma che palesemente compie perché sa che in Occidente così ci si saluta (qui basta l’inchino e il sorriso). Ti senti in dovere di ricambiare inchini, sorrisi e stretta di mano, magari con un po’ più di calore del solito, per far capire all’interlocutore che per un Occidentale la stretta di mano è un impegno, un modo per dire che chi ti sta davanti è importante, degno del tuo rispetto.

Anche nella Repubblica popolare l’anzianità fa grado; ma il gradino occupato nella scala gerarchica è più importante. Se sei donna non conta, anche se sei donna con i capelli argentati, non conta: un uomo, specialmente se alto funzionario, vale sempre più di te e gli sarà data sempre maggiore importanza nei convenevoli durante un pranzo, una cena ufficiale o un ricevimento qualsiasi.

A tavola, anche se è rotonda, l’ospite più alto in grado sta al centro, davanti alla porta d’ingresso. Ai lati, sulla destra i più importanti e sulla sinistra i meno, sono sistemati gli altri commensali. A prevalere è il sesso maschile, le signore devono occuparsi degli ospiti, servendo, stando attente alla preparazione dei cibi. A tavola non si beve - se non l’onnipresente te verde - da soli; occorre sempre invitare (o farsi invitare) da un altro commensale. I brindisi, con il forte saké, sono d’obbligo, specialmente nei pranzi ufficiali; per dimostrarti che sei un ospite gradito, il minuscolo bicchierino è riempito fino all’orlo; è d’uopo berne d’un sol colpo il contenuto, schioccando opportunamente alla fine le labbra per far capire che si è gradito, e rovesciando, con gesto altrettanto tipico, il bicchierino come per dire: “Mi è talmente piaciuto, che l’ho vuotato!”. Che poi tu sia contento o no di versarti in gola quel rivoletto di fuoco, agli ospiti non importa: l’importante è ciò che si dà ad intendere.

L’antica arte di ricevere, facendo in modo che l’ospite si senta formalmente un re in casa tua, fa parte della tradizione antica e dell’antica ambiguità che sembra essere la cifra caratteristica del modo cinese di comportarsi. È chiaro che si tratta di un imprinting nel DNA e che non c’entrano opportunismo, falsità. Per il Cinese forse non è buona educazione far capire realmente ciò che ha in mente. Anche nella propaganda elettorale non chiede il voto (perfino dai cartelloni), ma ti prega di voler essere tanto paziente con lui da concedergli l’onore di avere il tuo voto… Dai cartelloni lo fa congiungendo le mani a conchiglia, l’una sull’altra.

 

 
     

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