BENEDETTO MALEDETTO SAHEL

Un pezzo d’Africa che non si riesce a dimenticare. Non solo per la biblica calamità che l’ha colpito trent’anni fa, ma perché riserva ancora oggi scoperte sorprendenti e affascinanti: come i villaggi dei Mossi. Bastano però i mercatini popolari e i multiformi abbigliamenti a riportare al senso della vita quotidiana.

 1973: tutto il mondo parla del Sahel. Una terribile siccità si è abbattuta su quella regione. Migliaia di persone, gente povera davvero in tutti i sensi, fugge disperata abbandonando i villaggi del nord alla ricerca di un po’ di cibo e di acqua. I capi di bestiame muoiono a migliaia; la terra rossa si spacca in mille e mille ferite… Catastrofe biblica, scrivono i giornali, sproloquiano in tanti dagli schermi televisivi e dalle radio. La solidarietà internazionale si muove per gli aiuti immediati, per un po’ di sollievo per quei pochi che riescono a raggiungere i centri abitati del sud del Paese. Ma ben presto tutto torna di nuovo nel cassetto della memoria.

 Ma i burkinabé del Sahel non hanno dimenticato, anche perché le tracce di quell’evento terribile non sono state ancora del tutto cancellate: i villaggi abbandonati dell’estremo nord sono ormai dei fantasmi e il patrimonio zootecnico non del tutto ricostituito. La vegetazione è limitata a qualche ciuffo d’arbusti, in mezzo ai quali svettano giganteschi e longevi baobab.

Asfalto, pista e zaka

  Per arrivare all’interno del Sahel, precisamente a Gorom Gorom, da Ouagadougou, si devono percorrere più di 300 chilometri, ci cui soltanto 100 di strada asfaltata; il resto è una grande pista in terra battuta, che sotto i duri pneumatici (e le rigide sospensioni) della fuori strada fa l’effetto di una grattugia. Le piogge scavano, infatti, piccoli solchi nella polvere di laterite, che con il sole ed il caldo si asciuga trasformando il manto stradale, appunto, come i denti della grattugia.

 Il percorso è affascinante, si attraversa praticamente tutto il territorio Mossi. Il paesaggio è molto caratteristico: i villaggi mossi si compongono di zaka (abitazioni familiari plurime, con piccolo giardino) distanti alcune decine di metri l’una dall’altra. Una zaka è un insieme di capanne più o meno numerose a seconda dell’importanza della famiglia. 

 Quando il capofamiglia ha parecchie mogli, ciascuna possiede una sua capanna con cucina e granaio. I figli maschi in età inferiore ai dieci anni e le figlie fino al matrimonio, vivono con la madre. I ragazzi sopra i dieci anni vivono in una capanna comune.

Di forma circolare, con il tetto conico di paglia, le capanne non hanno più di tre metri di diametro. I muri sono costruiti in mattoni di argilla essiccata, ricoperti da una sorta di intonaco di terra mescolata a paglia e sterco di vacca. La capanna del capofamiglia è di forma quadrata. Tutte le capanne della zaka sono disposte in cerchio e sono collegate fra loro da muri in argilla o da palizzate formate con rami e foglie intrecciati. Nel cortile si innalzano i granai di forme diverse (circolari, cubici, a forma di anfora), l’ovile, il pollaio, l’angolo di cottura ed i servizi igienici. Le famiglie di religione tradizionale hanno anche una piccola capanna per i feticci di famiglia. All’esterno ci sono gli altri magazzini in vimini intrecciato su palafitte, anch’essi sormontati da tetti conici di paglia, per conservarvi il miglio, il sorgo, le arachidi e le altre derrate. L’albero più bello e fronzuto è riservato al riposo e alle discussioni.

 All’interno delle capanne l’arredamento è limitato a semplici stuoie per dormire, a panieri e “canari”, ossia le giare in terracotta per conservare abiti e piccoli oggetti.

 All’illuminazione si provvede con lampade in cui si fa ardere il burro di karité, il più delle volte formate da semplici lattine di conserva con uno stoppino; queste lampade “artigianali” sono ora sostituite, nella maggior parte, da lampade a petrolio.

Per le famiglie musulmane, un cerchio di pietre nel cortile fa le veci della moschea, quando questa è troppo lontana.

Tra Ouaga e Gorom Gorom

 Nel deserto non ci sono soltanto villaggi, ci sono anche vere e proprie città. A 98 chilometri dalla capitale, alla fine della strada asfaltata, viene incontro Kaya, rinomata - cosa certamente non rara in Africa - per il suo mercato, dove si può trovare un vasto assortimento di tessuti artigianali (cotone filato e tessuto a mano), articoli in cuoio, ma anche carni, verdure e altri generi alimentari. Oltre al mercato generale, a 3 km sulla strada per Dori, c’è un famoso mercato del bestiame, che qui è allevato con un certo successo. Nei pressi della città c’è anche il lago di Dem, molto pittoresco; a 30 km dal centro città, eccoci a Djiboulou, villaggio famoso per i coccodrilli che “abitano” un laghetto artificiale e vivono sotto la sorveglianza del capo villaggio.

 Lasciata Kaya, si incontra Yalogo, villaggio vicino ad un grande lago. La prossima tappa è a Bani, piccolo insediamento prevalentemente musulmano, famoso per le sue moschee. Continuando la pista verso il nord, si arriva a Dori: di per sé la città non ha monumenti degni di nota; interessanti invece sono - oltre al “solito” mercato - due cooperative di donne che producono manufatti come tovaglie, tovaglioli, grembiuli e abbigliamento per bambini; ed anche grandi coperte composte da pannelli tessuti a mano e finemente decorati.

 Infine Gorom Gorom, una delle più grandi città del Sahel. Il suo nome significa, nel linguaggio Songhai, “sedetevi, sediamoci”. È certamente la più grande città del Sahel. Ha un antico quartiere molto pittoresco, un dedalo di case in mattoni banco (fango) e una serie di piccole e graziose moschee merlate dalle sagome gentili. Anche qui un famosissimo mercato, noto in tutto il Sahel. Qui si vendono i generi alimentari tipici del deserto: i dolci datteri, il lait caillé (latte cagliato) ed una quantità di dolci dalle più diverse consistenze. E, in un angolo a parte, è in vendita anche prezioso bestiame: capre, pecore, muli, bufali ed altro.

I popoli del Sahel

 Cominciamo dai più noti, i tuareg, orgogliosi e “cattivi” (come dicono i mossi); sono facilmente riconoscibili per le lunghe e morbide vesti bianche (boubous), il turbante blu indaco e i raffinati pugnali d’argento infilati nelle cinture.

I bella erano gli antichi schiavi dei tuareg. Anche i bella sono riconoscibili dall’abbigliamento: normalmente indossano lunghe tuniche nere o grigie, strette da ampie cinture di cuoio con molte decorazioni.

 I peul sono un popolo di pastori, le cui donne vestono in modo piuttosto ricercato, con pettinatura assai complessa, a treccine fermate da minuscole catenelle e perline colorate. I loro abiti sono coloratissimi; la mise è in genere completata da grandi orecchini di molte forme diverse, fabbricati in perline o, più raramente, d’oro puro.

I songhai, popolo contadino, sono i meno “visibili”, ma contribuiscono degnamente all’animazione del grande mercato di Gorom Gorom, non soltanto luogo di commerci, ma anche di relazioni amicali, di scambio di notizie.

 Abbigliamento, visi, vegetazione, le zaka, i maestosi baobab, i campi con le morbide spighe del miglio che si alternano alla brousse che si agita sotto il vento, i campi di sorgo, gli alberi all’ombra dei quali vedi piccoli capannelli intenti a discorrere e a riposare; le piccole grandi moschee in argilla e paglia dalle linee che le fanno somigliare a cattedrali gotiche; le mandrie in transito variamente composte: vacche, bufali, zebù, capre, pecore; accompagnate e custodite da pastori a piedi o in bicicletta; i venditori ambulanti di prodotti locali, che con dolce insistenza tentano di vendere e “appioppare” (si fa per dire) le loro mercanzie al “bianco” in transito; gli sciami di bambini belli e petulanti come tutti i bambini del mondo; i barrages che raccolgono e conservano le acque piovane tanto preziose; gli alberi che si chinano su quelle acque come a proteggerle dall’ardore del sole che le fa evaporare; le donne in fila indiana, che trasportano carichi inverosimili sulle loro fiere teste lungo la pista e che la sottile polvere incipria, loro malgrado; il sole che picchia implacabile e poi d’un tratto sparisce dietro l’orizzonte in un tripudio di rossi e di viola; le curiose escrescenze - sembrerebbe - di basalto, che denunciano l’età di questa terra in apparenza così giovane; il ricordo angosciante delle periodiche siccità, che fa apprezzare ogni goccia d’acqua, che valorizza ogni frutto succoso…

Tutto questo e molto altro che forse l’occhio occidentale non riesce a percepire… tutto questo costituisce il fascino di questo pezzo di terra d’Africa, che non si riesce a dimenticare!

 

 Affascinanti “lobi”

         Il territorio dei lobi è all’estremo sud-ovest del Burkina Faso, ai confini con la Costa d’Avorio. È un popolo che ha saputo conservare molto bene le proprie tradizioni, come testimoniano i riti di iniziazione dyoro, che si svolgono ogni sette anni, e che per un periodo dai tre ai sei mesi vedono impegnati i giovani, che devono sottoporsi ad una serie di dure prove fisiche, per dimostrare la loro maturità e imparare la storia del popolo, tramandata oralmente, nonché i permessi e i divieti previsti dai loro costumi.

         Ciò che risulta particolarmente affascinante, per il visitatore, è l’architettura delle loro abitazioni, di cui non mancano esempi nelle zone rurali. Sono edifici a forma rettangolare, spesso su due piani, con alte pareti in mattoni di fango che le fa somigliare a piccole fortezze. A differenza di altre etnie che vivono raggruppate in villaggi, i lobi abitano, ogni famiglia da sola, nei campi che coltivano. Per questo la campagna si presenta punteggiata di abitazioni, spesso a diverse centinaia di metri l’una dall’altra.