LA CITTADELLA INTORNO AL POZZO

 

Prima che simbolo, l’acqua è elemento indispensabile per la vita. La fontana è la sicurezza. E attorno ad essa la vita nasce, cresce, è curata. Troppo belli questi bambini perché si perda fiducia nel futuro del mondo. Ma costano la dedizione di decine di religiosi.

 

 

 

 

 

 Nell’ampio spiazzo che idealmente tiene uniti la chiesa parrocchiale, i foyers per gli studenti, il Centro medico, le case parrocchiale e dei religiosi, in una posizione un po’ eccentrica, si vede un’alta ruota metallica: è il segno e lo strumento del grande pozzo al quale vengono ad attingere acqua molti abitanti del quartiere circostante (inutile dire che l’acqua potabile a domicilio è ancora un sogno!).

Come accade in tutti i territori flagellati dalla siccità, il pozzo è ben più che il luogo dove attingere acqua. È anche un luogo di ritrovo, di socializzazione: si riempiono i secchi, le taniche e ci si scambiano notizie e informazioni (e perché no? pettegolezzi).

Il pozzo è stato scavato dai camilliani, che l’hanno subito messo a disposizione di tutti. L’acqua che vi si attinge viene dalle profondità della terra ed è buonissima e fresca, costantemente controllata dal punto di vista igienico sanitario. Già, perché questo è l’assurdo: una terra così secca, quasi desertica, frustata periodicamente dall’harmattan, che tormenta uomini ed animali per la sabbia fine e penetrante che trasporta, praticamente fa da coltre (e forse protezione) a grandi riserve idriche. È la mancanza di mezzi che impedisce di scavare il numero di pozzi necessari ad abbeverare la popolazione e ad assicurare i servizi igienici.

 Si sa che l’acqua è vita. Per questo il pozzo sul sagrato è un simbolo potente per rappresentare una realtà davvero singolare: il Centro medico (Centre Médical come si dice qui) istituito dai camilliani.

Mille e più di mille

 Il clima molto caldo (in estate si arriva a punte di 45° - 50°) suggerisce di sfruttare le ore più fresche della mattina. Così fin dalle prime ore reparti, corridoi, cortili interni, viali di comunicazione del Centro si riempiono di un’incredibile quantità di persone: mamme con i loro piccolini appollaiati sul dorso o attaccati al seno, papà con i più grandicelli per mano, uomini e donne, giovani e vecchi, per lo più malati in cerca di diagnosi o terapie. Alcuni arrivano su scassati furgoni che fungono da ambulanze o su ancora più scassati taxi, per ottenere un ricovero. Altri hanno bisogno di interventi ambulatoriali, o di ricerche di laboratorio, oppure ancora di medicine gratis.

 La stragrande maggioranza è gente povera, che i camilliani curano a titolo gratuito. Ma ci sono anche persone che hanno mezzi, e che preferiscono il Centro camilliano, ritenuto più affidabile del pochissimo che dà la sanità pubblica, ma anche del molto (e carissimo) che dà la sanità privata.

 Qui ogni giorno arrivano circa mille pazienti con patologie mediche, partorienti e neomamme. Non si fa chirurgia: chi necessita di un intervento, viene indirizzato all’ospedale civile.

 Ma se si considerano le attività sommerse dei camilliani, le persone che gravitano intorno al Centro sono ben più di mille al giorno.

A dirigere il Centro è padre Salvatore Pignatelli, medico, specializzato in patologie tropicali e pediatria. Di lui non deve ingannare l’aria paciosa: oltre che un buon medico, è un sapiente organizzatore e un dirigente che sa farsi voler bene dal personale, anche da quello laico locale. “…e perfino dalle Figlie di San Camillo”, aggiunge con una bella risata.

Padre Salvatore (che ritroveremo allorché si parlerà di Nanoro), è anche un buon prete. È lui che si prende cura spiritualmente delle Figlie di san Camillo: celebra con loro e per loro l’Eucarestia quotidiana, è il loro confessore... La sua presenza di medico delle anime è altrettanto preziosa quanto quella di medico dei corpi.

Infatti, colonne portanti del Centro, insieme ai religiosi camilliani (ed al non trascurabile personale laico, fra cui le insostituibili sages femmes, le levatrici), ci sono alcune Figlie di San Camillo della piccola comunità (otto suore in tutto, sette burkinabé e un’italiana, anzi una bresciana “tosta” come poche) la cui casa confina con quella dei religiosi.

Mamme e bambini

 La maternità e il centro di patologia neonatale sono i fiori all’occhiello dell’opera, insieme con il servizio di assistenza alle mamme e ai bambini.

 Il reparto maternità è piuttosto grande. Ci sono in media 20 –30 parti al giorno. Ci sono stanze a più letti, per chi non può permettersi di pagare una retta. Ma anche stanze a quattro, tre e due letti,con aria condizionata, per chi ha mezzi. Il ricavato andrà a beneficio di chi non può.

 Un giro per questo reparto dà la netta sensazione che il mondo è ben lontano dalla fine: “troppi” bimbi e “troppo” belli! Anche qui, all’uso africano, accanto a neonato e puerpera il resto della famiglia in una piacevole confusione di panni colorati, di pentole e stoviglie, di pannolini e di “ué-ué”.

 Il reparto maternità sembra davvero un “mondo a parte”, rispetto alle altre realtà del Centro. Sembra riprodursi la vita del villaggio, con i panni multicolori stesi in terra ad asciugare (ci vogliono pochi minuti, con il caldo secco che c’è), le pazienti sedute sui gradini delle camere a mangiare i cibi cotti da loro stesse o dai parenti; in un angolo un gruppo di giovani donne musulmane, avvolte nei loro mantelli colorati che le coprono da capo a piedi (ma li indossano soltanto per la preghiera), fanno le genuflessioni di rito per uno dei cinque momenti di preghiera quotidiana.

Il centro di patologia neonatale è una vera benedizione: abbastanza bene attrezzato (è in grado di fare ecografie), aiuta a risolvere molti problemi dati dalle nascite premature, tutt’altro che rare.

 Il servizio di assistenza alle mamme e ai bambini somiglia davvero ad un formicaio. Non c’è un briciolo di spazio che non sia occupato, si circola a fatica. Tutto sembra un po’ folle… ma se guardi attentamente, ti accorgi che in fondo tutto gira come un orologio svizzero, nonostante le apparenze.

 Si pesano i bambini, si danno alle mamme informazioni sulla migliore nutrizione, si praticano le vaccinazioni (TBC, antipolio, antimeningite, BCG…): ogni mamma deve portare la siringa usa e getta.

 I bambini con un deficit grave di nutrizione, sono alimentati attraverso sonde: vedere questi piccolini (talvolta dal peso di pochi chilogrammi, anche se hanno già alcuni mesi di vita) con un tubicino che spunta dalle loro narici così piccole e delicate, fa pena e impressione. È però il solo modo per salvarli.

 Sempre al Centro, si forniscono aiuti per il così detto planning familiare. Per la regolazione delle nascite viene utilizzato, fra i metodi naturali, principalmente il Billings che sembra non presentare particolari difficoltà per le donne africane, quasi istintivamente più consce dei propri ritmi biologici che non le europee.

 C’è anche un reparto pediatrico, in cui vengono curati i bambini d’età superiore. Qui è molto diffusa la malaria, quindi sono frequentissime le trasfusioni e le perfusioni (per rimediare alle disidratazioni).

 Fra mamme e bambini stanno molto bene le suore: a capo del piccolo esercito di sages femmes c’è suor Perpetue; suor Bernarda (la “bresciana tosta”) manda avanti la prevenzione, il centro nutrizionale, la pediatria. Suor Germaine è una giovane “dottora” che fa da assistente a padre Pignatelli.

Gli altri reparti

 Il Centro comprende anche un poliambulatorio per adulti, il servizio di radiologia, il reparto di odontoiatria, la radiologia ed il laboratorio di analisi e ricerche, oltre la farmacia.

 Al poliambulatorio presta servizio fratel Giovanni Grigoletto. Piemontese, riescea parlare francese come si sentiva cinquant’anni fa nei salotti buoni di Torino, anche se è in Burkina da una vita. Il suo servizio, al mattino, comincia prestissimo e continua instancabilmente fino a tarda sera.

 È infermiere diplomato: “ma qui”, spiega, “un infermiere ha poco da invidiare, come capacità professionale ed esperienza, a un medico”.

 Nella stanza in cui riceve i pazienti, tiene bene in mostra il suo diploma. “Può sempre succedere che qualcuno del ministero della sanità venga mandato a ispezionare. È bene mostrare subito di avere le carte in regola”.

Fratel Giovanni è un capo: sa mantenere l’aplomb, dare ordini con precisione, mantenere buoni rapporti con il personale. Tiene molto al suo aspetto: indossa con eleganza la pur semplice talare bianca con la croce rossa camilliana. Difficilmente lo trovi vestito sciattamente anche dopo una giornata di lavoro.

 Oltre ad occuparsi della medicina degli adulti, come attività secondaria (che lo impegnanei momenti di festa che dovrebbero essere dedicati al riposo) va a curare un gruppo di presbiteri, malati terminali, con grande pietà e tenerezza.

Un’altra delle attività dell’instancabile fratel Giovanni sono le adozioni a distanza. In Burkina non è raro trovare ragazzini abbandonati, oppure con genitori troppo poveri per mantenerli. L’adozione a distanza è veramente un istituto provvidenziale. “Ci credo molto”, dice fratel Giovanni, “non soltanto dà da mangiare, da vestire ed anche ciò che serve per andare a scuola, ma permette di aiutare il resto della famiglia, sia pure indirettamente. Poi io li seguo nella crescita e nel rapporto con gli adottanti lontani: mando notizie, foto...”. E intanto, per dimostrare, se ce ne fosse bisogno, che non racconta favole, tira fuori dalle sue grandi tasche foto di ragazzine e ragazzini.

Fratel Antonio Zanetti, infermiere, è il responsabile della farmacia del Centro. Bergamasco, di pochissime parole, è un osservatore attento e acuto. Sul lavoro è di cronometrica precisione e duro come una roccia: non si lascia certamente commuovere dalle lamentazioni dei “soliti” che vorrebbero approfittarsi di un servizio gratuito, senza averne diritto. Fratel Antonio ha ormai troppa esperienza per lasciarsi ingannare: capisce a colpo d’occhio chi sì e chi no.

Con fratel Giovanni, Antonio forma una “strana coppia”: tanto l’uno è scarso di parole tanto l’altro è gioviale e ciarliero. Insieme si compensano e si completano. Anche se fratel Antonio è meno “abbottonato”di quanto sembri. Basta dargli un’occasione.

La cosa che più colpisce in questi uomini è che non sembrano avere nostalgie: di casa, delle comodità, del clima, del cibo, della gente... Sono integrati, ormai sono burkinabé anche loro... O no? Qualche piccolo sospetto di “voglia di casa” qualche volta compare: è un accenno alla mamma, molto sobrio, molto contenuto, è il desiderio di sapere come va il campionato per la squadra del cuore. Ma sono solo accenni, contenuti, fugaci. La Patria adesso è qui.

Il rapporto con i confratelli burkinabé è molto bello, spontaneo, ricco. Quando alla fine di un ciclo di studi, per perfezionarsi, alcuni di loro partono per l’Italia, i“fratelli bianchi” si trasformano un pochino in “sorelle”: si assicurano che tra i vestiti, in valigia, ci siano pure quelli di lana (“In Italia è mica come qui, là fa freddo...”) e che ci siano quelle piccole cose che permettono di stare lontano sena soffrire troppo di nostalgia.

“Coprifuoco” al Centro medico

 Il coprifuoco, al Centro, specialmente nel reparto maternità, arriva piuttosto tardi la sera. Fino all’ultimo, nelle varie stanze, per i corridoi, si intrecciano chiacchiere. Una maniera per esorcizzare la paura, il dolore, il senso di smarrimento per cose che non si capiscono, per la lontananza da casa, dai propri parenti.

 È ancora caldo, alcune stanze sono affollate, chiudere le porte fa sentire come in prigione.

 Lontano, oltre il cancello che la sera si chiude con un chiavistello, anche se c’è l’occhio vigile di un guardiano armato, si sentono i rumori della città, della vita ordinaria. Tutti sperano di tornarvi al più presto, finalmente sani.

 La cittadella della salute non dorme mai del tutto, anche la notte ci sono i turni di guardia; le donne musulmane recitano l’ultima preghiera prima di ritrarsi; un cielo di velluto si stende teneramente sui malati e sui sani, come una coperta leggera e soffice. Domani comincerà un'altra giornata convulsa, ma sarà comunque un altro giorno.