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FINESTRE |
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La prima edizione si è tenuta nel 1969: ed era poco più di un raduno di registi africani animati dalla voglia di far conoscere ad un pubblico più vasto il loro cinema. Da allora, la sua esistenza ha contribuito a stimolare la produzione cinematografica in tutto il continente. Il successo è in crescendo ed ha permesso anche
l’affermazione all’estero di grandi registi burkinabé, come Idrissa
Ouedraogo che nel 1990 ha ottenuto il Grand Prix al festival di Cannes per Tilaï,
Souleymane Cissé, vincitore del Prix du Jury al festival di Cannes del 1987
con Yeelen, e Gaston Kaboré. Tra i registi degli altri Paesi africani,
distintisi nel FESPACO, sono da segnalare quelli del Mali e del Senegal
In occasione del festival, Ouaga si mette in ghingeri e ovunque sembra esserci aria di festa; vengono utilizzate tutte le sale cinematografiche della città e in ciascuna si proietta un film diverso. |
una sostanza, l’adansonina, ritenuta febbrifuga. Ancora foglie e corteccia forniscono fibre buone per farne corde. Il legno del tronco serve per costruzione. Ha un frutto curioso, una specie di zucca dalla corteccia lignea, che pende dai rami ai quali è attaccato da un lungo peduncolo, è pieno di una polpa commestibile acidula e molto rinfrescante, l’ideale in questi climi caldissimi e secchi. |
Gli spettatori, specialmente i bambini, di solito si lasciano impressionare da queste scene: nessuno osa avvicinarsi, perché i danzatori assumono atteggiamenti sempre più violenti, fino a che qualcuno viene scelto per essere colpito, fungendo, si suppone, da capro espiatorio. E guai se si lamenta! L’intera cerimonia può durare molte ore. |
La figlia di padre
Salvatore
“Sì, c’è qui mia figlia”, dice ridendo di gran gusto padre
Salvatore Pignatelli. Si chiama Camille, ha dieci anni, ma ne dimostra molti
di meno. È vestita come una piccola principessa: abitino blu a bolli
bianchi, con guarnizioni bianche; calzine di filo bianche, scarpine à
la bébé; ma questa mise
occidentale, che lei porta con un certo imbarazzo, è in parte “corretta”
dalla pettinatura a piccole trecce, assolutamente “africana”.
Camilla, quando incontrò padre Salvatore, era una bimba sottonutrita
a livelli spaventosi. Si disperava di poterla salvare. Non emetteva suoni,
tanto era debole. Anche oggi, che le sue condizioni sono nettamente
migliorate, anche se è ancora ben lontana da poter essere considerata fuori
pericolo, fa fatica a parlare. Padre
Salvatore ha voluto subito bene a questo esserino così sfortunato. Ha fatto
di tutto per tirarla fuori dei guai. Sì, Camille è davvero sua figlia,
perché lui l’ha rimessa al mondo, ha cercato per lei un futuro.
Ancora, però, la bambina deve percorrere molta strada verso la
salute. È sotto peso rispetto alla sua età; lo sviluppo intellettuale è
rimasto in parte ritardato dalla malattia e dalla sottonutrizione. Però non
si dispera che possa recuperare: si sa, i bambini hanno tante risorse. Camille
è affezionatissima, attaccatissima a questo suo grande “papà bianco”,
che non le lesina sicuramente coccole. Nessun padre burkinabé
l’accarezzerebbe con tanta delicatezza, l’abbraccerebbe con tanto
trasporto e tenerezza. Camille
forse non capisce ancora bene tutto questo; l’abitino elegante la imbarazza
e la “ingessa” un poco. Ma sente che il suo futuro è qui, con questi
uomini buoni e generosi, che l’hanno “presa per i capelli” e l’hanno,
letteralmente, fatta ri-nascere.
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Padre
Andrea Amendola è, fra le altre cose, il maestro di italiano dei ragazzi
burkinabé (e di altre etnie) che si preparano a diventare camilliani. Poche
parole scambiate consentono di classificarlo fra gli intellettuali nel senso
più nobile e alto del termine: è una persona che ama la cultura non fine a
se stessa, non per il lustro e la gloria che potrebbe dare, ma come strumento
per la promozione della dignità umana. Non perde la pazienza, non sbuffa
“come una partoriente” quando uno dei suoi allievi sbaglia un congiuntivo
o non azzecca l’accento giusto nel citare il verso di un poeta. Non si
arrabbia perché soffre: non per l’artista maltrattato, ma per l’allievo
che, sbagliando accenti e tempi dei verbi, non rende giustizia a se stesso
alla sua capacità come essere umano pensante. Perché
Amendola, anche se forse non lo sa, è un vero padre, al di là del suo
statuto di religioso, un vero padre e un po’ madre per i suoi allievi.
Sicuramente gli sono più riconoscenti per la lezione di vita che egli
stesso, in silenzio, impartisce loro, che per le sue lezioni di italiano
(comunque, per i fieri burkinabé, una lingua “altra”). |
Essere dietro le sbarre è
un’esperienza difficile in ogni parte del mondo; il pianeta carcere è uno
di quelli da non visitare mai. Ma in questa terra d’Africa, già infelice
per molte altre ragioni, il carcere è - se si può - un’esperienza ancora
più amara che in Occidente. E
dove ci sono crocifissi, lì c’è la croce rossa di san Camillo; nella
fattispecie padre Eligio: che conforta, esorta, insegna... come
un’assistente sociale si occupa delle pratiche di chi non sa (o non può)
compilare moduli, accedere a determinate informazioni... tiene i contatti con
le famiglie, cura i malati nel corpo e nello spirito. Si
occupa anche di quel po’ di divertimento che si possono permettere i
carcerati: partite di pallone nei cortili e un po’ di cinema. Fornisce,
infatti, cassette per la televisione. Oggi le tecniche consentono di vedere
film non ancora fuori dai ciruiti semplicemente spingendo un bottone. Lo
straordinario è che, severo fino all’urlo con gli allievi del seminario,
con i carcerati padre Eligio diventa compagnone, incline alla risata pur
mantenendo quel po’ di “faccia scura” che gli consente di tenere la
disciplina. E se in classe può sembrare uno che dice: “zitti tutti, perché
qui comando io”, in carcere il suo atteggiamento è ben diverso: dove
comanda il dolore, il solo padrone è Cristo sofferente. |