FINESTRE

 

La “decima musa”  

 

  In Burkina Faso è molto onorata anche la “decima musa”, il cinema. A Ouagadougou, ogni anno dispari, nell’ultimo o penultimo sabato di febbraio si svolge il FESPACO Festival del Cinema Pan-Africano (negli anni pari si svolge a Tunisi in ottobre).

  Negli ultimi anni è diventato un appuntamento culturale di tale importanza da richiamare celebrità da tutto il mondo.

  La prima edizione si è tenuta nel 1969: ed era poco più di un raduno di registi africani animati dalla voglia di far conoscere ad un pubblico più vasto il loro cinema. Da allora, la sua esistenza ha contribuito a stimolare la produzione cinematografica in tutto il continente.

Il successo è in crescendo ed ha permesso anche l’affermazione all’estero di grandi registi burkinabé, come Idrissa Ouedraogo che nel 1990 ha ottenuto il Grand Prix al festival di Cannes per Tilaï, Souleymane Cissé, vincitore del Prix du Jury al festival di Cannes del 1987 con Yeelen, e Gaston Kaboré. Tra i registi degli altri Paesi africani, distintisi nel FESPACO, sono da segnalare quelli del Mali e del Senegal

In occasione del festival, Ouaga si mette in ghingeri e ovunque sembra esserci aria di festa; vengono utilizzate tutte le sale cinematografiche della città e in ciascuna si proietta un film diverso.

 

L’albero dei mille anni  

 

L’Adansonia digitata - è questo il nome scientifico del baobab, che significa “albero di mille anni” – è un po’ il simbolo del Sahel. Albero maestoso, il cui tronco può raggiungere fino a 40 metri di circonferenza, per un’altezza di 20 metri (e una chioma di 50 metri di diametro) è riparo contro la calura, ma anche piccola farmacia: dalle sue foglie a forma di mano e dalla corteccia un tempo si ricavava 

una sostanza, l’adansonina, ritenuta febbrifuga. Ancora foglie e corteccia forniscono fibre buone per farne corde. Il legno del tronco serve per costruzione. Ha un frutto curioso, una specie di zucca dalla corteccia lignea, che pende dai rami ai quali è attaccato da un lungo peduncolo, è pieno di una polpa commestibile acidula e molto rinfrescante, l’ideale in questi climi caldissimi e secchi.

 

Fêtes des Masques  

 

Per l’etnia bobo, le cerimonie funebri di personaggi importanti, come un capo villaggio, sono generalmente accompagnate da una fêtes des masques nella quale vengono indossate le caratteristiche maschere ad elmo. La festa si svolge a tarda notte: sono previste danze eseguite da uomini con il volto coperto, accompagnate da un’orchestra formata da tamburi alti e stretti, percossi con bacchette curve e da strumenti a fiato simili a flauti. I danzatori mascherati indossano ampi ed ingombranti vestiti in rafia di colore nero e marrone. Alle maschere sono attaccati ciuffi di rafia marrone che ricadono sulla testa e sulle spalle. I passi di danza prevedono enormi balzi da parte dei ballerini, che in mano tengono lunghe lance di legno.

Ogni danzatore, che rappresenta uno spirito diverso, si esibisce a turno saltando e agitando la sua lancia alla ricerca degli spiriti maligni che potrebbero impedire allo spirito del defunto di accedere al paradiso.

  Gli spettatori, specialmente i bambini, di solito si lasciano impressionare da queste scene: nessuno osa avvicinarsi, perché i danzatori assumono atteggiamenti sempre più violenti, fino a che qualcuno viene scelto per essere colpito, fungendo, si suppone, da capro espiatorio. E guai se si lamenta! L’intera cerimonia può durare molte ore.

 

 

La figlia di padre Salvatore  

  “Sì, c’è qui mia figlia”, dice ridendo di gran gusto padre Salvatore Pignatelli. Si chiama Camille, ha dieci anni, ma ne dimostra molti di meno. È vestita come una piccola principessa: abitino blu a bolli bianchi, con guarnizioni bianche; calzine di filo bianche, scarpine à la bébé; ma questa mise occidentale, che lei porta con un certo imbarazzo, è in parte “corretta” dalla pettinatura a piccole trecce, assolutamente “africana”.

  Camilla, quando incontrò padre Salvatore, era una bimba sottonutrita a livelli spaventosi. Si disperava di poterla salvare. Non emetteva suoni, tanto era debole. Anche oggi, che le sue condizioni sono nettamente migliorate, anche se è ancora ben lontana da poter essere considerata fuori pericolo, fa fatica a parlare.

Padre Salvatore ha voluto subito bene a questo esserino così sfortunato. Ha fatto di tutto per tirarla fuori dei guai. Sì, Camille è davvero sua figlia, perché lui l’ha rimessa al mondo, ha cercato per lei un futuro.

  Ancora, però, la bambina deve percorrere molta strada verso la salute. È sotto peso rispetto alla sua età; lo sviluppo intellettuale è rimasto in parte ritardato dalla malattia e dalla sottonutrizione. Però non si dispera che possa recuperare: si sa, i bambini hanno tante risorse.

Camille è affezionatissima, attaccatissima a questo suo grande “papà bianco”, che non le lesina sicuramente coccole. Nessun padre burkinabé l’accarezzerebbe con tanta delicatezza, l’abbraccerebbe con tanto trasporto e tenerezza.

Camille forse non capisce ancora bene tutto questo; l’abitino elegante la imbarazza e la “ingessa” un poco. Ma sente che il suo futuro è qui, con questi uomini buoni e generosi, che l’hanno “presa per i capelli” e l’hanno, letteralmente, fatta ri-nascere.

 

 

 

Il maestro di italiano  

 

Lo vedi arrivare al mattino presto in motoretta con casco di tipo militare, ben calzato sulla fronte invasa anche dagli occhiali, golf pesante - tweed - ben abbottonato fino al collo (col caldo che fa già alle sette del mattino...), talare beige cui due mollette impediscono di svolazzare e borsone dei libri.

Il viso piccolo, appuntito (“quasi da topolino”, lo diresti) ha un’aria tra il severo e il divertito. Gli occhi sono dolci, un po’ acquosi, mentre il sorriso è ironico, quando scopre gli incisivi pronunziati.  

Padre Andrea Amendola è, fra le altre cose, il maestro di italiano dei ragazzi burkinabé (e di altre etnie) che si preparano a diventare camilliani. Poche parole scambiate consentono di classificarlo fra gli intellettuali nel senso più nobile e alto del termine: è una persona che ama la cultura non fine a se stessa, non per il lustro e la gloria che potrebbe dare, ma come strumento per la promozione della dignità umana. Non perde la pazienza, non sbuffa “come una partoriente” quando uno dei suoi allievi sbaglia un congiuntivo o non azzecca l’accento giusto nel citare il verso di un poeta. Non si arrabbia perché soffre: non per l’artista maltrattato, ma per l’allievo che, sbagliando accenti e tempi dei verbi, non rende giustizia a se stesso alla sua capacità come essere umano pensante.

Perché Amendola, anche se forse non lo sa, è un vero padre, al di là del suo statuto di religioso, un vero padre e un po’ madre per i suoi allievi. Sicuramente gli sono più riconoscenti per la lezione di vita che egli stesso, in silenzio, impartisce loro, che per le sue lezioni di italiano (comunque, per i fieri burkinabé, una lingua “altra”).

 

E qui comando io...  

 

Padre Eligio Castaldo è in piedi di fianco alla lavagna e urla: davanti a lui gli allievi seduti ai loro tavolinetti, alcuni troppo piccoli per contenere bicipiti e spalle molto sviluppati, lo guardano non troppo spaventati; sotto sotto sono più divertiti che intimoriti. Probabilmente sanno che padre Eligio è fatto così: come ogni ottimo gran cane, abbaia ma non morde.

Questo il padre Eligio docente; ma c’è un’altra facciata del camilliano robusto nel fisico e nello spirito: la cura dei carcerati. 

 Essere dietro le sbarre è un’esperienza difficile in ogni parte del mondo; il pianeta carcere è uno di quelli da non visitare mai. Ma in questa terra d’Africa, già infelice per molte altre ragioni, il carcere è - se si può - un’esperienza ancora più amara che in Occidente.  

E dove ci sono crocifissi, lì c’è la croce rossa di san Camillo; nella fattispecie padre Eligio: che conforta, esorta, insegna... come un’assistente sociale si occupa delle pratiche di chi non sa (o non può) compilare moduli, accedere a determinate informazioni... tiene i contatti con le famiglie, cura i malati nel corpo e nello spirito.

Si occupa anche di quel po’ di divertimento che si possono permettere i carcerati: partite di pallone nei cortili e un po’ di cinema. Fornisce, infatti, cassette per la televisione. Oggi le tecniche consentono di vedere film non ancora fuori dai ciruiti semplicemente spingendo un bottone.

Lo straordinario è che, severo fino all’urlo con gli allievi del seminario, con i carcerati padre Eligio diventa compagnone, incline alla risata pur mantenendo quel po’ di “faccia scura” che gli consente di tenere la disciplina. E se in classe può sembrare uno che dice: “zitti tutti, perché qui comando io”, in carcere il suo atteggiamento è ben diverso: dove comanda il dolore, il solo padrone è Cristo sofferente.