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FIGLIE E SORELLE |
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Il
“genio femminile” si è istintivamente aperto al carisma camilliano,
nato dall’intuizione del Fondatore di voler “assistere gli infermi con
l’amore di una madre”. Una spiritualità che ha fatto breccia nel cuore
delle giovani burkinabé. Molte ormai si son fatte maestre fra le coetanee
del loro popolo. |
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A Ouagadougou c’è una notevole presenza delle Figlie
di San Camillo, la congregazione fondata a Roma da Madre GiuseppinaVanini
e Padre Luigi Tezza alla fine del secolo scorso. Una comunità, nata nel
1967, è vicina al Centro medico e, come visto nel servizio riguardante
quest’ultimo, è attivamente presente nelle strutture sanitarie, con ruoli
fondamentali per il buon andamento dell’opera. La stessa comunità segue
anche un’Ecole ménagère per
l’istruzione delle ragazze. A Ouaga c’è
una Casa di formazione (Juvénat)
che accoglie giovani postulanti e novizie. Lo
“Juvénat”
Sono 28 le
giovani donne che si preparano a diventare Figlie di San Camillo: nove sono
le postulanti, cioè all’inizio del cammino, e 19 le novizie. Tutte
originarie del Burkina; la loro maestra è suor Félicité, una delle prime
burkinabé a diventare suora camilliana. Sono giovani, ma non giovanissime:
oggi entrano dopo la maturità. Sono ragazze
vivaci, simpatiche, carine, nei loro semplici vestiti, tutti uguali come
vuole la Regola. La giornata è rigidamente ritmata: sveglia al mattino alle
5,15, preghiera, meditazione, Messa, colazione e pulizia della casa; poi
studio fino alle 12; ancora preghiera e alle 12,30 pranzo; riposo fino alle
14,30. Ancora preghiera, merenda, e poi fuori, per i vari servizi, fino alle
17,30; ancora un momento di preghiera personale; poi la celebrazione
comunitaria dei vespri, cena, ricreazione fino alle 21. E poi “a nanna”. Oltre alle
novizie e alle postulanti, le religiose camilliane di Ouaga stanno
“osservando” un centinaio di aspiranti, ragazze più giovani, che stanno
ancora studiando. Una volta
compiuto il noviziato, le giovani sono ammesse alla professione temporanea. A
questo punto, prima della professione perpetua, sono inviate in Italia per un
ulteriore periodo di formazione che può durare dai sei ai nove anni. Come si può ben capire, l’itinerario formativo è piuttosto severo, specialmente per il periodo che procede la professione solenne. |
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L’Ecole
ménagère
La
“squadretta” di suor Bernarda (superiora della comunità che vive accanto
ai padri camilliani del Centro medico) si occupa (in particolare è suor
Sophie l’incaricata) anche della Ecole
ménagère, una scuola per ragazze provenienti dai villaggi
dell’interno, che non avrebbero altre possibilità di istruzione. La scuola è
iniziata nel 1968, con un gruppetto di 20 allieve; ora ce ne sono 140. I corsi durano tre anni. Le ragazze imparano maglieria,
taglio e cucito, cucina, educazione sanitaria e alimentare, igiene,
educazione civica ed ai problemi sociali. Ad esempio, qui insegnano come
opporsi - a norma dei codici - alla pratica dell’escissione. Davvero le ragazze imparano molto: imparano a vivere, a conoscere i loro diritti insieme con i loro doveri. Prendono coscienza di sé come persone. Il che non è poco in una societàfondamentalmente costruita ad immagine e somiglianza del maschio. |
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I manufatti che le giovani producono, sono poi messi in vendita. Si tratta di capi di vestiario, tovaglie ricamate con bei disegni originali; fanno anche capi di maglieria e i classici tessuti con rudimentali telai a mano, molto belli soprattutto per la combinazione dei colori. |
La
giornata-tipo
La
giornata di Suor Bernarda e delle sue consorelle comincia molto presto il
mattino, assai prima delle cinque. In cappella si recitano le Lodi, si prega,
si medita ciascuna per proprio conto. Poi padre Salvatore (o un altro
camilliano della vicina comunità, in sua assenza, oppure – se nessuno può
– in parrocchia insieme con tutti gli altri fedeli) celebra la Messa. Dopo Messa, la colazione, semplice e frugale. E si parte per il lavoro quotidiano: il sole è ancora abbastanza basso sull’orizzonte, ma fa già caldo. Un gruppetto, il più nutrito, con a capo suor Bernarda, si reca al Centro medico. La suora-dottora, per collaborare con padre Salvatore (o sostituirlo in caso di assenza), suor Bernarda per le consultazioni delle mamme e dei bambini; l’ostetrica per dirigere il lavoro delle altre sages-femmes. Poi bisogna occuparsi dell’école ménagère, delle ragazze da istruire non soltanto in un mestiere, ma anche sui loro diritti come donne. |
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All’una il pranzo; un po’ di riposo. Intanto il sole è
allo zenith e picchia forte: le cuffie bianche (ma come faranno a mantenerle
così?) si bordano di sudore. E un po’ di spazio per il colloquio con il
Signore: un colloquio che di fatto non si interrompe mai. “Come non vedere
il volto di Dio in queste povere donne, in questi bellissimi bambini…”,
dice suor Bernarda, che non è certo usa a lasciarsi andare a discorsi
sentimentali… La preghiera è
molto importante, soprattutto per suor Bernarda, unica di cultura occidentale
in mezzo alle consorelle di origine africana. Non deve essere poi tanto
semplice, anche se il comune carisma, la comune vocazione sono un forte
cemento. |
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Il pomeriggio
c’è il secondo turno di lavoro: consultazioni, visite, bambini da far
nascere, pancini da tastare, consigli da dare alle mamme… E alla scuola
delle ragazze, lavoro da condurre avanti, nuovi punti da imparare… Chissà,
forse si potrà vendere qualcosa dei prodotti manufatti, magari mandandolo in
Europa… Il sole cala di colpo dietro l’orizzonte. La giornata volge al termine. Si cena, allegramente, raccontandosi qualche episodio della giornata. Non sempre ci sono fatti lieti, anzi… “Oggi è venuta quella ragazza del villaggio, con il suo bambino. Pensa, quattordici mesi e non si regge in piedi, pesa si e no cinque-sei chili… |
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Non ha nemmeno la forza di succhiare al seno della
mamma… Il papà? Eh, li ha mollati tutti e due, perché si è accorto che
il bambino era malato, sicuramente…”. Quale
sarà il destino di quella giovane, infelice mamma e del suo bimbo? “In
questi giorni andremo a vedere”, aggiunge suor Bernarda, “se riusciamo a
trovare al suo villaggio qualche notizia, un modo per darle una mano…”. La notte è ormai fonda e buia: la luce della cappella rassicura e incoraggia: ancora preghiera. Poi ciascuna nella sua stanza. Finalmente a riposare. |
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