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LA DOMENICA, ANDANDO ALLA MESSA… |
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La messa domenicale è un momento particolare unico, d’incontro oltre che di preghiera. La gente arriva alla spicciolata, in bicicletta o ciclomotore. È l’occasione - per le donne in particolare - di faresfoggio degli abiti migliori, multicolori. Durante la liturgia, dove il canto regna sovrano, c’è davvero una partecipazione di fede che spontaneamenteporta a pensare alle primitive comunità cristiane. |
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Per
i burkinabé cattolici, la celebrazione eucaristica domenicale è davvero ciò
che dovrebbe essere per tutti i credenti: un evento, una festa, un momento
unico. Dato il clima caldo, si cerca di concentrare le Messe nelle prime ore
della mattinata. E non ce n’è una che non sia frequentata, anche di quelle
che, per forza di cose, si celebrano quando il sole è già alto e picchia
senza misericordia sulle teste dei piccoli e dei grandi. I
preparativi
I
preparativi iniziano durante la settimana: il venerdì sera ed il sabato, il
coro (voci miste più le classiche, famose “percussioni” burkinabé)
prova e riprova i canti liturgici. Alcuni (pochi) sono d’origine europea e
tradotti in moré (una celebrazione si fa nella lingua locale); altri
appartengono alla tradizione del Paese. Le voci sono belle, bene armonizzate;
il ritmo delle percussioni incalzante. Dei preparativi
all’evento domenicale fanno parte anche gli abiti, i profumi: le donne
sfoggiano quanto di più colorato ed elegante (un’eleganza assoluta, non
soltanto legata al folklore) hanno come abbigliamento. Gonne lunghe e
fasciate intorno ai fianchi, sopragonne drappeggiate con maestria a formare
una sorta di “baschina” morbida,
sotto il giro di vita casacche, ampie casacche… I tessuti sono
prevalentemente di cotone: chi resisterebbe con la seta a queste temperature.
Ma qualche signora osa non soltanto ad indossare seta, ma anche a combinare i
colori in una maniera davvero magistrale. Gialli, verdi, violetto, indaco…
Sul capo, specialmente le donne sposate, indossano strani turbanti che
formano alte creste, come straordinari uccelli della foresta. È curioso
esaminare da vicino i tessuti stampati: simboli religiosi (croci, volti di
Cristo, della Madonna e dei principali santi, i visi dei vescovi e
soprattutto del Papa… Nessuna dama burkinabé si sente imbarazzata dal
dover stare seduta sul ritratto di Giovanni Paolo II… L’abito
maschile è un po’ più sobrio, ma non poi di tanto in fatto di colori.
Anche i signori burkinabé utilizzano per i loro completi (pantaloni e
casacca morbida) cotone stampato con santi e papi. Un discorso a
parte occorre fare per i giovani, sia ragazze, sia ragazzi. Fra questi è più
diffusa la moda occidentale, che però è reinterpretata in stile burkinabé.
Le ragazze privilegiano i colori pastello ed i ragazzi, il completo pantalone
scuro e camicia bianca. Meno male che hanno bandito le cravatte… Per tutti una
goccia di profumo. Del resto i fiori e gli altri prodotti della foresta
(pensiamo soprattutto al burro di karité, così prezioso nella cosmesi) sono
a portata di mano. |
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I
fedeli Arrivano
alla spicciolata, già molto tempo prima che inizi la liturgia domenicale.
Approfittano per radunarsi in piccoli capannelli forse a scambiarsi notizie
di famiglia. Moltissimi hanno la bicicletta o la mobylette
(il ciclomotore). In pochi minuti, il sagrato (assai ampio) della
parrocchia camilliana di Ouaga, è invaso da una moltitudine di piccoli
veicoli. Lo spazio adibito alla custodia di questi preziosi mezzi di
locomozione è cintato con un lungo cavo ed è custodito a turno da
volontari. Molte donne portano in braccio (o sulla schiena) i loro pargoletti, il più delle volte serenamente addormentati, ignari dell’evento cui stanno per partecipare. |
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La proporzione fra numero degli uomini e delle donne è
certamente a favore di queste ultime, anche qui come in Italia.
Dopo che è defluito l’ultimo drappello dei fedeli della Messa
precedente, i nuovi arrivati occupano con calma l’interno della Chiesa,
prendendo posto nelle varie panche intorno all’altare maggiore. L’interno
è sempre un po’ buio, anche se vi sono molte lampade al neon; ma più che
una realtà, è un’impressione causata dall’abbagliante luce esterna. I bambini sono
incantevoli: riuniti in piccole “bande” familiari, guidate per lo più
dalla “dada” (la sorella maggiore), se non sono ancora in età per
ricevere i sacramenti, partecipano al rito con “libertà creativa”:
entrano ed escono, giocano, poi si riavvicinano alla mamma… Sono generalmente bellissimi nelle loro vestine multicolori, veri angelitos negros come diceva la canzone di un tempo. Qualcuno, piccolissimo, succhia al seno della madre, anche in chiesa, con naturalezza. Davvero qui i bambini sono presenti come una benedizione. Quelli più grandicelli, che magari si preparano a ricevere la Prima Comunione o la Confermazione, sono attenti al rito, anche se – di tanto in tanto – si permettono qualche distrazione. Come tutti i bambini del mondo… |
La
liturgia
Si celebra in
francese e in moré. La lingua
locale è monosillabica, cantilenante, armoniosa. Si presta bene al canto. Al gusto
europeo, le liturgie burkinabé sembrano ridonandanti, con una sovrabbondanza
di gesti e di canti, di preghiere che probabilmente non fanno parte dell’ Ordo
romano. Ma qui la sobrietà delle liturgie europee non sarebbe compresa.
L’episcopato locale, anzi, incoraggia a riprendere riti e libri (come i
benedizionali) che da noi sono un po’ in disuso, pur facendo genuinamente
parte della liturgia popolare. Il canto regna sovrano: non c’è gesto liturgico, non c’è “segno”, non c’è momento che non sia sottolineato con la musica. I fedeli non sono “lontani” dall’altare: lo circondano, essendo ciò che devono essere, l’altra parte dei celebranti, intorno al presbitero che presiede. |
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C’è davvero partecipazione di fede: un po’ ingenua, ai nostri occhi disincantati. Ma certamente pensi più facilmente qui alle primitive comunità cristiane, che non in San Pietro o nelle altre grandi basiliche. Qui davvero hai la sensazione che la liturgia sia autenticamente “sacra rappresentazione”, che attinge, e allude, con gesti umani, alle profondità del mistero. … e alla fine,
tutti in sella La partenza dei
fedeli fa parte dello spettacolo. Non se ne vanno alla spicciolata, come sono
arrivati, ma partono di colpo, tutti insieme. È anche questo un rito: i
volontari che hanno fatto la guardia, attendono alle corde che tutti siano
accanto al loro motorino o alla loro bicicletta. Poi, ad un ordine impartito
a voce, mollano le corde e… tutti sfrecciano via nelle varie direzioni, in
un turbinio di terra rossa, di svolazzanti gonne colorate… Così si evita
che qualche male intenzionato si approfitti della relativamente scarsa
sorveglianza per impadronirsi di uno di questi mezzi preziosissimi,
indispensabili a volte, date le distanze. Tutti a casa,
quindi, piccoli e grandi. Le auto sono pochissime, si possono contare sulle
dita di una mano. Appartengono ai pochi ricchi (e cattolici), che però non
ostentano le loro ricchezze. È vero, sono motorizzati, però le loro auto
sono talmente vecchie… Anche in Burkina, infatti, come in altri Paesi
africani ancora in via di sviluppo, pochissimi possono permettersi di
acquistare un’auto nuova d’importazione (non c’è produzione locale).
Qui finiscono tutte quelle che noi, ricchi europei, scartiamo. Così si chiude
l’evento. Alcuni giovani del coro si fermano un po’ a conversare tra
loro: forse pensano agli studi, al loro avvenire… Chissà se anche qui la
domenica si parla di calcio? Che, tra l’altro, è uno sport molto amato.
Amato e non ancora inquinato dal calciomercato, dalle pay tv, dai divi della pedata, dalle droghe… |
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I superiori
decisero invece diversamente: “Ed ora, dopo tanti anni, mi trovo davvero
benissimo”, dice, un po’ vergognoso di aver confessato (si fa per dire)
la sua debolezza di tanti anni fa. La sua giornata,
anche se non si occupa direttamente dei malati, è un turbinio di attività.
La Messa il mattino presto e visite ai malati della parrocchia che non
possono raggiungerla; catechesi; corsi fidanzati (o simili); corsi alle
coppie di sposi per aiutarli nel planning
famigliare; corsi per spiegare i metodi naturali per una procreazione
responsabile; i contatti con la curia vescovile, l’amministrazione della
parrocchia… insomma tutto ciò che è in genere affidato ad un buon
parroco, che abbia però anche un certo numero di coadiutori. Padre
Celestino è aiutato da un giovane sacerdote camilliano burkinabé, molto
simpatico ed attivo… Ma, come tutti i papà anziani, Celestino tiene per
sé i lavori più faticosi. Breve intervallo
a mezzogiorno per buttare giù qualcosa in fretta e furia e poi di nuovo
via, con la macchina o sulla bici, a seconda delle distanze, fino a sera.
Cena e poi ancora conferenze, catechesi, gruppi di studio o di preghiera…
In questa parrocchia c’è una consistente presenza di neocatecumenali:
padre Celestino segue anche questi nelle loro belle (ed estenuanti)
liturgie, nei loro suggestivi momenti di preghiera. La sera rientra tardi nella sua camera: non senza aver completato la recita dell’Ufficio con i suoi confratelli: ultimo atto comunitario, prima di un po’ di riposo.
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