“CAMORRISTA” DI DIO

Lo si potrebbe dire “un barbone tra i barboni”, ma anche uno che si fa “lebbroso tra i lebbrosi”, tanto si identifica con le loro ferite. Burbero, ma capace di una carezza. Prepotente, ma che si disfa il cuore in mille pezzi per una folla di “streghe” e sperduti mentali. Che rispondono sempre con un largo sorriso.

 

Basso, tarchiato, capelli bianchi lunghi e incolti, barba altrettanto lunga e altrettanto incolta: fratel Vincenzo Luise sembra uscito da un film d’avventura. E in effetti la sua vita è stata un’avventura, al servizio di Dio e dei fratelli più poveri.

         Nato a Napoli, anzi a Spaccanapoli, da ragazzino era la disperazione di sua madre. Sempre in giro con una “banda” di altri ragazzini, prepotente, selvaggio “Ero un vero camorrista”, dice di sé ragazzo.

         Poi l’incontro con il Signore, come sulla via di Damasco, improvviso. Un vero rovesciamento di tutte le prospettive. Decide di farsi camilliano. Nessuno crede che durerà nel suo proposito. “Invece eccomi qui, camilliano al cento per cento; in missione, come avevo desiderato”.

         Lui non lo sa, ma è rimasto un camorrista, solo che oggi è un “camorrista di Dio”. Selvaggio, prevaricatore, simpatico, cuore aperto, mani bucate, sciatto nell’abbigliamento, la veste sempre di traverso, anche se è “legata” in vita da un’alta cinta di cuoio grezzo.

Il “magazzino dei miracoli”

         Incredibilmente disordinato: nel suo studio-magazzino-rifugio, dove approdano tutti i disperati del mondo in cerca di cibo, di cure, di attenzione, sono ammassati alla rinfusa   sacchi di riso e miglio, scatole di siringhe usa e getta, medicinali, zucchero, caramelle, carta, i più incredibili attrezzi, lampadine, penne a sfera, quaderni di scuola, strumenti musicali… Dal fondo buio degli angoli, può venir fuori di tutto!  Il tavolo è così ingombro, che se deve scrivere qualcosa, prima deve fare spazio con una manata, buttando tutto per terra. Insomma, un disastro.

         La sua fede è tumultuosa come la sua vita. Dice: “Chissà se il Signore mi accoglierà in Paradiso, quando morirò?”.

Avrebbe dei dubbi? “Sì, sono troppo fortunato! Posso fare troppe cose buone, qui, tra questa povera gente… di tutto dovrò rispondere… e che cosa risponderò? Cosa mi domanderà il Signore Gesù?”. Inutile rispondergli che il Signore non è un contabile, e che comunque la sua contabilità è ben diversa dalla nostra. Lui, fratel Vincenzo Luise, camilliano d.o.c., continuerà a pensarla come gli pare.

La giornata di fratel Vincenzo comincia presto al mattino, con la liturgia delle ore e la santa Messa, in comunità. Poi, dopo aver preso in piedi una tazza di caffè, schizza fuori, salta (letteralmente, nonostante età e stazza) sul suo fuori strada, carico di pop corn e di siringhe, di sacchetti di riso e di antibiotici, tutto buttato lì alla rinfusa, i vetri sempre coperti di polvere rossa, il pavimento sempre coperto di piccoli sassi e mercanzia varia raccattata qua e là… insomma un’auto assolutamente in linea con il guidatore. E guidando spericolatamente per le intasatissime strade di Ouaga, comincia il suo giro quotidiano.

Il mondo dei poveri

Prima va a controllare lo stato di avanzamento dei lavori della costruenda casa di accoglienza per ammalati di AIDS abbandonati. Dà istruzioni al geometra e al capocantiere, saluta un vecchio signore che sta lì, come se fosse la guardia, controlla che non abbiano rubato materiali e se ne va infilando giaculatorie con lo stesso tono che se fossero imprecazioni.

         Ancora sul fuori strada e giù, verso un gruppo di case della periferia. “Qui ci sono ancora lebbrosi, e mica pochi.”. E lo sguardo dice quello che le labbra non pronunciano: “Che vergogna, vicino a Ouaga 2000!”. Entra nelle case, i bambini gli corrono incontro e gli si appiccicano alla veste. Gli adulti, più rispettosamente, lo salutano con sorrisi tristi. Fratel Vincenzo per tutti ha una battuta: chissà cosa capiranno questi del suo franco-partenopeo!

Medica piaghe che arrivano alle ossa, ferite antiche che non si rimargineranno mai.

 Consola mamme preoccupate. Invita altre, troppo giovani per avere coscienza dei pericoli, a preoccuparsi della febbre, troppo alta, di un bimbetto. “Torno nel pomeriggio con la medicina. Ma tu ricorda di dargliela regolarmente!”.

         Ancora sul fuori strada; si riattraversa il centro della città per arrivare ad un altro quartiere periferico. Altre famiglie povere. Altro stuolo di bimbi che vorrebbero saltare sul fuori strada.  Anche qui lebbrosi da medicare. Ce n’è uno di cent’anni, che non sente e non vede più. È ormai un mozzicone d’uomo che non vuole ancora spegnersi: mistero della vita. Nessuno lo pulirebbe e lo nutrirebbe se non fossero i giovani volontari di fratel Vincenzo. Nell’abituro accanto (che differenza c’è con le piccole stalle in cui sono ricoverate capre e galline?), una nonagenaria, anch’essa ormai senza contatti con il mondo esterno. Anche per lei fratel Vincenzo ha una carezza: forse l’unica sensazione di dolcezza che ancora le rimane.

         Altro giro, altro regalo: ora fratel Vincenzo corre lungo il barrage che protegge l’acqua che disseta la città. Con la mano indica una serie di campicelli, proprio lungo la diga, li indica con orgoglio. “Vedete? Sono i campi dei lebbrosi. Ciascuno ne ha un pezzo e ci coltiva piante ornamentali, ortaggi, frutta che poi vende. Così ci ricava da vivere con la famiglia…”. Davvero una bella pensata.

La storia di Adji

         La meta è un altro agglomerato nei dintorni della città. Muro alto di cinta, in fango, una specie di “cancello” fatto di canne; all’interno un cortile con tre capanne e un granaio. Al centro, accoccolate due giovani donne. Una visibilmente giovanissima, l’altra, di poco più anziana, con un bimbetto attaccato al seno. Sono sorelle. La piccola si chiama Adji. Va incontro sorridente a fratel Vincenzo e gli si attacca al collo. “È mia moglie”, dice ridendo fratel Vincenzo, “suo padre ma l’ha regalata!”.

 La storia di Adji è drammatica. E necessita del classico “un passo indietro”. Il fratello di Adji (che appartiene ad una famiglia musulmana di stretta osservanza) era stato mandato dal padre a Dori, per studiare in una scuola coranica. Qui il maestro l’aveva picchiato per punirlo di non si sa quale mancanza, poi l’aveva “incaprettato” (legato mani e piedi) e quindi lasciato solo in uno stambugio per tutta la notte. Il ragazzo era riuscito a liberarsi, ma una delle corde gli aveva profondamente ferito un piede. La ferita si era infettata e il ragazzino avrebbe rischiato di morire, se fratel Vincenzo non l’avesse trovato e medicato adeguatamente.

         Ora, Adji viene colta da violenti dolori addominali.  È un tumore, che le si ingrossa dentro. Va in suppurazione, fuoriescono liquidi. I genitori la portano da vari guaritori che però non combinano niente. Adji si ricorda dell’avventura del fratellino e prega di portarla da fratel Vincenzo. Il camilliano si rende subito conto della gravità del male, la porta all’ospedale di Stato perché intervengano chirurgicamente. Per due giorni nessuno guarda la povera ragazza, che ovviamente peggiora.   Nessuno si prende cura di Adji perché non ha i soldi con i quali pagare l’intervento! Fratel Vincenzo si arrabbia, trova i soldi, li sbatte in faccia al chirurgo… Così Adji è operata e può tornare alla vita. Di che natura era il tumore? Inutile chiedere: “Ma tu credi che qui facciano gli esami istologici?”. Già, perché mai dovrebbero farli.

Le “streghe” di Tanghin

         Ma il giro non è concluso, ci sono ancora le “streghe”. Sono povere vecchie, 360 al momento, scacciate dai propri villaggi perché accusate di essere delle féticheuses e di fare “fatture a male”. Povere vecchie innocue, quasi tutte un po’ fuori di testa, quindi non in grado di gestirsi.

         La carità pubblica le ospita in un’officina abbandonata: una serie di capannoni bui, in cui queste poverette vivono alla meno peggio. Coltivano arachidi, filano cotone, tessono stuoie. È il Centre Delwende di Tanghin. La direzione è affidata a due suore (Maria Pia e Marie Louise) dell’Immacolata Concezione di Ouaga, una congregazione fondata nel 1963. La municipalità dà i denari per acquistare la legna per i foyers améliorés sui quali vengono cotti 450 pasti al giorno (praticamente, questa gente, vive con un solo pasto! Ed è già molto).

         Insieme alle anziane, c’è anche un gruppo di 50 uomini, tutte persone con forti disturbi mentali, confinati qui e praticamente abbandonati senza cure. Vivono in gruppi di casette costruite dalla Caritas italiana.

         Fratel Vincenzo porta medicinali, viveri, allegria, a questi poveri fra i più poveri. Per tutti ha una battuta, una carezza. Le povere bocche sdentate ridono felici. Qualcuno si occupa ancora di loro, anche se sono le “streghe di Tanghin”.

Dopo le “streghe" il giro è davvero finito. Ma non per fratel Vincenzo: un po’ di cena, in fretta, e poi di nuovi via, sulla fuoristrada ansimante, chissà verso quale meta… Lui, il camorrista di Dio!