IL PAESE DELLA BELLEZZA

Quale bellezza salverà l’Africa? 
Certamente anche quella di un Paese come il Burkina Faso. Non solo con i suoi paesaggi, ma con il fascino fisico e spirituale dei suoi abitanti e la loro voglia di vivere. Quando i giovani studiano al lume dei lampioni e i lebbrosi trovano un lavoro, quando le donne lottano contro condizioni ancestrali, non può mancare la speranza.

 Impossibile non accorgersi immediatamente: come sbarchi a Ouagadougou (abbreviato, anche dai nativi, Ouaga), ti senti circondato dai fratelli di Denzel Washington e dalle sorelle di Naomi Campbell. I giovani burkinabé (così si chiamano, nella lingua locale, il môre, gli abitanti del Burkina Faso) sono bellissimi: alte, flessuose, con lineamenti fini le ragazze; alti, muscolosi, con profili da cammeo i ragazzi.

Arrivando dal Sud, com’è capitato a me, il Burkina Faso ti viene incontro con la sua parte più verde (relativamente parlando, se si pensa al verdissimo Bénin): ciò che significa bassi cespugli, qualche piccola macchia d’alberi in mezzo a tanta, persino troppa terra rossa. Talmente rossa che si può immaginare che a tingerla così sia stato il sangue di mille giganti morti in una titanica battaglia.

 Se invece si viene dal Nord, in altre parole dal Sahara - circa tre mila chilometri di sabbia, di rocce, con qualche rara macchia verde d’oasi -, il primo a salutarti e a darti il benvenuto è un altro deserto, il famigerato Sahel.

 Famigerato per la lunga siccità che quasi trent’anni orsono mise a morte intere popolazioni e uno smisurato numero di capi di bestiame, per la scarsa vegetazione che non impediva alla polvere di inghiottirsi tutto. Allora, dai quattro angoli del mondo si alzarono alte grida contro lo scandalo della desertificazione selvaggia prodotta dall’incuria o - peggio - dalle “cattive azioni” dei colonialisti; furono invocate le classiche “misure adeguate da prendersi subito…” e poi, nel giro di qualche mese, scomparse dalle prime pagine dei giornali e dai telegiornali le immagini di uomini dagli occhi allucinati per la fame e di donne scheletriche con attaccati ai seni vizzi bambini ancora più denutriti, tutto tornò come prima. Le foto e le bobine negli archivi, le “misure adeguate” nei cassetti dei funzionari, e la pace nel cuore di chi aveva gridato e si era messo così la coscienza a posto.

 In novembre per il Burkina Faso è primavera (cui seguirà a gennaio, febbraio e marzo una torrida estate) e il Sahel non è del tutto arido; le piogge, grazie a Dio, nel 1999 sono state abbondanti e i barrages (dighe) raccolgono piccoli laghi con le acque dei quali irrigare campetti, fare il bucato, lavarsi ed anche abbeverare animali ed esseri umani.

Bellezza e nobiltà

 Belli e fieri, i burkinabé sembrano tutti re e regine. Anche se la monarchia ha ceduto da un pezzo il passo al regime repubblicano. Molto è dovuto - per le donne - all’abito tradizionale che prevede gonne lunghe e fasciate intorno ai fianchi, casacche svolazzanti e sul capo un alto turbante “a cresta” che pare una corona.

 C’è molta dignità nei comportamenti pubblici, anche di chi è povero, solo e malato. Non sei inseguito dalla richiesta cadeau, cadeau (regalo, regalo) che ti fa sentire una specie di banconota ambulante, come accade altrove. Al massimo, ti senti sfiorare con delicatezza da una mano gentile e guardare da occhioni imploranti.

La bellezza ha prodotto piccoli miracoli: ha fatto nascere (ed apprezzare anche all’estero) un talentoso scultore, le cui opere si vedono in giro per la capitale; fa apprezzare i fiori, altrove considerati inutili perché non commestibili.

 Il cielo del Burkina è sempre sereno e limpido (almeno in primavera), se si affacciano nubi, sono rarità, neanche troppo apprezzate perché inumidiscono l’aria, per il solito secca e tersa, rendendo più pesante la calura. Di notte, grazie alla scarsezza dell’illuminazione pubblica, il nero è profondo, vellutato e le stelle vi spiccano luminose come brillantini.

 Qui donne e uomini hanno la pelle vellutata e soffice: merito del burro di karité, sostanza grassa che si estrae dal seme di una pianta abbastanza diffusa, che è apprezzatissimo (e carissimo) anche dall’industria cosmetica occidentale.

 I bambini: quanti sono! Bellissimi, come angeli di cioccolato, gli occhi profondi, pieni di interrogativi che le boccucce carnose non sanno esprimere. Se sono piccolissimi, girano “nudi bruchi”; solo le bambine portano un cordoncino colorato intorno alla vita.

 I burkinabé sono consci della loro bellezza, curano il proprio corpo ed il proprio aspetto esteriore. Almeno quando non lavorano. La domenica indossano i loro abiti migliori, scarpe pulite, un po’ di profumo. Dicevo, tranne quando lavorano: perché allora indossano gli abiti più cenciosi e sporchi.

La voglia di vivere dei giovani

 Anche nella periferia della capitale le case mancano della luce elettrica (e dell’acqua corrente). Basterebbe che questi servizi fossero presenti, almeno fin nelle periferie delle città principali (non si pretende che vengano raggiunti gli sperduti villaggi del Sahel!), e la situazione sociale ed economica della maggior parte degli abitanti sarebbe automaticamente cambiata (in meglio).

 La mancanza di luce elettrica nelle case costringe i giovani studenti ad uscire la sera, per trovare un luogo illuminato da lampioni pubblici, per studiare. Anche la luce, pur fioca, che illumina una “grotta” riproducente quella di Massabielle, con un’Immacolata Concezione incoronata di stelle splendenti, serve per leggere e scrivere.

 È quindi un’iniziativa altamente benemerita quella assunta dai Camilliani di Ouaga (presenza pluriennale, in una sorta di “ cittadella” della salute e nella parrocchia - v. servizio a pag. …) che hanno adibito una delle costruzioni parrocchiali a luogo di incontro e di studio per i giovani che non possono studiare a casa propria. Il foyer (focolare) è molto semplice e funzionale: uno stanzone con luce (purtroppo quella spettrale delle lampade fluorescenti) al centro e sulle pareti metri e metri di lavagne, sulle quali gli studenti fanno le loro esercitazioni, spesso sotto l’occhio di amorosi tutor volontari (studenti dei corsi più avanzati che danno una mano ai compagni più giovani).

 I giovani, in Burkina, hanno un coraggio ed una voglia di vivere incredibili per un’occidentale come me, abituata ormai ad una perenne “stanchezza” e svogliatezza giovanile. La maggior parte dei figli di quello che da noi sarebbe chiamato “ceto medio”, per arrivare alle scuole deve percorrere ogni giorno chilometri e chilometri, all’andata e al ritorno. Alcuni, i più fortunati, hanno una mobylette (tradotto: motoretta o ciclomotore); i meno fortunati vanno in bicicletta, alcuni con il “cavallo di S. Francesco”. Ma non si lamentano. Studiano con passione, con tenacia, con una volontà indomabile che fa dire: “Ma se questo è il futuro del Burkina…, viva il Burkina, anche se al momento fa fatica!”.

 È fra i giovani - generosi - che si sta sviluppando il volontariato, per aiutare chi ha bisogno. C’è, nella comunità di Ouaga, un camilliano - fratel Vincenzo - il cui carisma (e compito) è di curare a domicilio i malati più gravi, quelli che non si possono muovere. Infezioni che trapassano le ossa, febbri perniciose… niente fa arretrare il grande cuore di fratel Vincenzo. Ma anche lui ha limiti: di tempo, ad esempio, non avendo ancora il dono dell’ubiquità! Come potrebbe accudire tanta gente poverella (tra cui un lebbroso centenario ed una donna pure lebbrosa e cieca quasi altrettanto vecchia), se non avesse in suo aiuto un miniesercito di ragazzi e ragazze che volontariamente, e con professionalità, lo sostituiscono in varie occasioni?

 I giovani hanno voglia di contatti con altri giovani, con chi viene dall’estero. Spessissimo, appena conosciuti (qui si usa dare la mano sempre per salutare, anche a perfetti sconosciuti), chiedono l’indirizzo “per corrispondere”: così possono esercitarsi in una lingua straniera che stanno studiando a scuola; possono sapere notizie da quel mondo così vicino e così, anche, lontano.

 Alcuni sognano Internet, ma pochi possiedono un computer privato. Anche perché l’elettricità arriva a pochi. Ma non appena c’è l’occasione, ci si esercita con quelli della parrocchia, per esempio.

 Desiderio di sapere, desiderio di comunicare: queste doti faranno progredire la nazione. Non per niente sono in mano ai giovani.

Malattie che non risparmiano

 “… se prima l’AIDS non ci metterà in ginocchio!”. È desolante l’affermazione che esce da una giovane bocca. Sì, perché il Paese è pieno di promesse, di voglia di progredire, di migliorare. Ne fanno fede i tanti bambini che nascono nella maternità del Centre Médical gestito dai Camilliani. Ma l’AIDS incombe qui, come in altre parti dell’Africa, e cresce in maniera esponenziale.

 Non soltanto non sono disponibili i medicinali del cocktail che nei Paesi ricchi riesce a contenere entro limiti accettabili la malattia ed a garantire ai malati una discreta qualità e quantità di vita. Qui le diagnosi sono difficili ed il contagio, quindi, senza controllo. È in atto una campagna di sensibilizzazione, cui hanno preso parte estremamente attiva anche i Camilliani (presbiteri, fratelli e suore) presenti sul territorio; ma prima che questa abbia benefici effetti, passerà ancora del tempo e il male avrà fatto nuove vittime.

 Ma l’AIDS non è il solo flagello: esistono ancora la lebbra, la TBC, altre malattie sessualmente trasmissibili, la drepanocitosi che colpisce i bambini e contro la quale è in atto una vivace campagna di sensibilizzazione; c’è la malaria, perché anche se il clima è secco, ci sono pozze e piccole paludi nelle quali le zanzare depongono uova a volontà.

 Ci sono poi i bimbi malnutriti e iponutriti. Però in questo campo le risorse non mancano: sorgo, miglio e arachidi, opportunamente tostati e ridotti in finissima polvere, formano una farina da pappa per lo svezzamento assolutamente di prim’ordine (e costano pochissimo).

 La gente di città è raggiungibile dai soccorsi abbastanza facilmente: più drammatica si presenta la situazione nei villaggi. Ed è quasi senza speranza (o almeno lo sarebbe senza la presenza camilliana e di altre congregazioni religiose cattoliche) per i poveri. Perché la sanità pubblica non è ancora adeguata al fabbisogno: persino l’unico ospedale pubblico della capitale è in condizioni difficili (qualche lavoro, però, è in corso).

 Moltissime sono le vittime di incidenti stradali: il codice della strada pare non esistere; le strade della città sono intasate di auto e motorette. Auto spesso vecchie e ansimanti, “nutrite” con carburante di dubbia provenienza, che sprigiona gas mefitici; motorette che sembrano avere il diavolo nel serbatoio, anziché miscela!

 Tutti cercano di andare alla maggiore possibile velocità e non passa giorno senza che qualcuno ci lasci la pelle. Non è raro vedere cadaveri riversi sul ciglio della strada.

 I pompieri sono benemeriti in tutto il mondo, ma in Burkina lo sono anche di più. Sono loro, infatti, che, scampanellando, velocemente arrivano sul luogo dei disastri, raccolgono feriti e morti, con efficienza e pietà.

Alla ricerca di un lavoro

 Il lavoro contribuisce alla dignità e all’identità dell’essere umano. Trovarne uno è un terno al lotto anche in Burkina Faso. Specialmente per i giovani: che si inventano (come in tutte le parti del mondo) un’occupazione, anche precaria, pur di guadagnare qualcosa. E se sono studenti, non si vergognano se qualche ente benefico provvede a dare loro la razione giornaliera di miglio e di sorgo (i cereali nazionali).

 Tutti hanno bisogno di occupazione: anche i malati, anche i lebbrosi. Che l’hanno trovata nel vivaismo. La capitale si “abbevera” ad un gran lago artificiale, delimitato da una grande barriera. Lungo la barriera il terreno è umido e fertile: lì i lebbrosi hanno ottenuto piccoli appezzamenti, uno ciascuno, nei quali coltivano piantine ornamentali, ma anche verdure, che poi vendono.

 Fioriscono, in città, i piccoli commerci: verdure, frutta (ottimi le banane, gli ananas, il mango e la papaia), occhiali, tessuti, salotti e camere da letto, zanzariere, jeans… nuovi o “come nuovi” (come dice l’insegna di un rivenditore di pneumatici usati).

 Il mercato delle bancarelle è congestionato di gente e di merci. Ma gli acquisti sono per pochi centesimi. Non circola tanta ricchezza, anche se Ouaga 2000 (bel quartiere residenziale ancora in corso di costruzione) fa capire che la ricchezza c’è, pure se non si fa vedere.

 Ouaga è una capitale nel vero senso del termine: in essa, infatti, si concentrano - quasi un microcosmo - le virtù e i difetti, così come li può vedere un occhio occidentale (che non pretende di scorgere la verità in assoluto, ma soltanto la “sua” verità).

 Ouaga è la capitale dell’intellighentsia burkinabé: qui, fra l’altro, si svolge l’annuale festival del cinema africano, un appuntamento che si è via via, negli anni, qualificato. Il cinema africano è certamente un cinema giovane, ma che nelle sue realizzazioni ha poco o nulla da invidiare allo scafato cinema USA o europeo.

 È la città delle ambasciate, di una certa vita mondana, che si lascia appena intravedere, senza ostentazioni. È una città moderna, che però non si è lasciata vincere dalla smania del “sempre più alto”, preferendo svilupparsi in estensione. Ma non molto distante dal bel palazzotto signorile, trovi lo slum con casupole costruite in fango e laterizio locale (a pochi chilometri a nord della capitale esiste una “montagna di cemento”).

 Nella capitale è presente tutto il Burkina Faso: ci sono le oasi verdi e il deserto rosso e bruciato. C’è l’aria condizionata: un vero paradiso per l’occidentale abituato a climi più freddi, ma un inferno per l’africano abituato ai climi più caldi, costretto al fresco e poi rimandato a prendersi tutto il caldo fuori dell’ufficio o, comunque, dell’ambiente refrigerato. Un condizionatore privato è poi un lusso che pochi si possono permettere.

 C’è una grande strada, il Boulevard Gen. C. De Gaulle, percorsa senza tregua da ogni genere di veicolo, dalla fuori serie delle ambasciate come dai carrettini dei venditori ambulanti. Sembra che tutto il mondo si incontri e si scontri su questo grande Boulevard, dalle quattro grandi corsie: due, immense, in andata e ritorno, per le auto; due, per motorini e biciclette. Ma motorini e biciclette - specialmente nelle ore di punta - intasano le loro corsie. Così, i soliti furbi passano nella corsia per il traffico automobilistico, che in tal modo si rallenta, rendendo peggiore la respirazione. Ma non solo, gli incidenti si moltiplicano.

Le donne: un problema e una speranza

 La vita della donna in Burkina è difficile. Se nasce in una famiglia di religione tradizionale, il meno che le può capitare è di essere “venduta” ad un marito. Oppure regalata, il che peggiora le cose. Perché significa che la poveretta è il corrispettivo di un debito di riconoscenza.

 La poligamia è tuttora praticata: perché le donne sono buone braccia per lavorare nei campi, nei piccoli commerci. Mano d’opera abile, fidata e controllabile. E scusate se è poco!

 Come mi dice una giovane burkinabé, le donne della città, quelle più acculturate, sono perfettamente consce della parità con l’uomo.

Si cercano un lavoro, si rendono economicamente indipendenti. Ma le donne delle campagne no, per loro la storia è diversa. A loro spetta soltanto di fare figli (e la sterile è maledetta per la famiglia del marito e per la sua stessa d’origine) e lavorare intorno al focolare, nei campi, per fare felici i loro signori e padroni.Nella città la situazione sta cambiando, sia pure lentamente; le donne chiedono emancipazione, parità. Talvolta lo chiedono con poca fermezza, si direbbe con timore; il passo, infatti, è difficile, la novità spaventa.

 Una donna deve pensare a se stessa comunque, anche se sposata e sposata con figli. Il marito non ha obblighi di mantenimento, nemmeno per la prole. Se non fosse perché la società è organizzata in maniera piramidale e sostanzialmente patriarcale, si potrebbe pensare ai maschi burkinabé come ad una sorta di fuchi umani.

 Farsi suore è anche promuoversi socialmente, è uscire da una situazione di sudditanza con l’uomo. È uscire dalla “sudditanza” alla procreazione, dell’essere considerate alla stregua di macchine per la riproduzione.

 In Burkina, come altrove nelle terre più giovani, il futuro è in mano alle donne: che sono più forti, più robuste, più tenaci. E anche più avventurose, più disposte a rischiare dei loro compagni. Ed anche più capaci di soffrire.

 Ci sono giovani donne - le ho conosciute personalmente - disposte a fare grossi sacrifici pur di studiare, pur di avere una professione importante; pur di avere un marito amato e non che le ha comprate.

 Il matrimonio monogamico cristiano può molto in questo senso. Le coppie che hanno celebrato il matrimonio in chiesa sono sicuramente anche tra ibattezzati una minoranza, che - dato il clima generale - fa forse fatica a tenere fede alle proprie promesse, ma che comunque vi tiene fede!

 Così come può molto l’esempio delle religiose, specialmente quelle di origine europea, che trattano con i colleghi (e anche superiori) da pari a pari. Questo comportamento pone interrogativi (benefici) alle burkinabé, che si chiedono come un uomo possa ammettere di essere trattato alla pari (e magari anche un po’ a pesci in faccia) da una donna, sia pure con il velo della suora.

 Il futuro è delle donne, perché esse gestiscono tutto quanto si muove intorno alla cura della persona, specialmente della persona malata. Perché con le sages femmes (ostetriche) di città o di villaggio, controllano e aiutano la maternità; anche attraverso il così detto family planning (con i contraccettivi chimici, ma soprattutto attraverso i metodi naturali che le donne africane capiscono meglio delle europee, perché hanno contatti più naturali con il proprio corpo).

 Il futuro è delle donne perché sono abituate a soffrire, a portare pesi (enormi, sul capo, cosa che le fa assumere un’andatura da gran dame, anche quando non portano niente in testa). Perché sanno gioire di poco, hanno desideri sobri.

Marisa Sfondrini