CAMILLIANI DEL 2000

La scelta esistenziale dei giovani e la formazione alla vita religiosa esigono un lungo cammino, strutture specifiche, saggi formatori, allenamento all’interiorità e alla preghiera, strumenti di comunicazione. E un clima di fraternità che aiuti a “cantare la vita”.

  La delegazione camilliana in Burkina Faso è composta di 42 religiosi: 9 italiani e 33 burkinabé. Fino a poco tempo fa il gruppo africano ne contava uno in più, padre Alessandro Toe, giovane sacerdote di 29 anni, già “tornato a casa”, ucciso quasi improvvisamente da una grave malattia. Alessandro è ancora una “presenza”, misteriosa, è un sicuro intercessore presso il Padre.

  Dei 33 rimasti, 29 hanno già emesso i voti perpetui, quattro sono nel periodo della professione temporanea. Ventiquattro sono stati ordinati sacerdoti, tre sono fratelli e due sono diaconi.

  C’è anche un gruppo di novizi: 16 in tutto, di cui nove della Fondazione camilliana del Bénin e sette burkinabé.

  Inoltre c’è la folla dei giovanissimi, che “forse” diverranno camilliani: per ora sono speranze sulle quali investire.

  Questo folto gruppo di giovani e giovanissimi è suddiviso in un seminario minore e in uno studentato.

Lo “Juvénat”

  È la casa di formazione che raccoglie i più giovani, dai 10-12 anni ai 21-22 anni. Attualmente ospita 160 ragazzi, suddivisi in due cicli di studi. Il primo ciclo, della durata di quattro anni, accoglie gli aspiranti; dal punto di vista scolastico, corrisponde alle medie inferiori.

  Dopo questo periodo, i ragazzi frequentano un anno “di spiritualità”, in cui viene approfondita la conoscenza del carisma camilliano. Poi passano al secondo ciclo (più o meno come le nostre superiori) della durata di tre anni.

  I ragazzi arrivano generalmente da un “concorso”, fatto dalle varie diocesi del Burkinaper scegliere gli aspiranti alla vita sacerdotale e religiosa. Ogni anno ci sono circa 250 candidati, che vengono rigorosamente selezionati. Di questi, una trentina arrivano dai camilliani con una certa regolarità.

Lo Juvénat ha due obiettivi: dare una buona formazione scolastica ed una buona formazione alla vita spirituale e vocazionale. I ragazzi sono suddivisi in piccoli gruppi, ciascuno dei quali è seguito da un formatore (titulaire), che sostiene nel discernimento spirituale e vocazionale.

  La comunità, inoltre, segue un centinaio di giovani che hanno manifestato l’intenzione di prendere i voti, ma che continuano a restare in famiglia ed a frequentare le scuole statali.

 Superiore allo Juvénat è padre Jean-Paul Ouedraogo, che segue anche le giovani promesse “esterne”. Incaricati della formazione sono: padre Etienne Nabollé, che è direttore del seminario, e i padri Jean Ouedraogo, Dieudonné Bei e Pierre Yanogo. Fanno parte della comunità anche fr Mathieu Michel, che si occupa del dispensario di Kossiam, e padre Eligio Castaldo, che assicura l’assistenza sociale e spirituale ai carcerati di Ouaga.

Nella migliore tradizione camilliana, lo Juvénat ha un suo periodico: Jeunesse Camillienne.

I ragazzi dello Juvenat sono vispi come tutti i ragazzi del mondo. Si distraggono se vedono passare qualche “forestiero” per i viali del giardino; quando la campanella segna la fine delle ore di studio, sciamano vociando nel parco, ansiosi di prendere a pedate uno scassato pallone, oppure di correre un po’ dopo il tempo trascorso seduti nei banchi.

A tavola mangiano di gusto: per loro ci sono piatti tradizionali, a base di miglio, sorgo, carne. Un vitto nutriente di cui si servono senza parsimonia. Qui è uso riempire per bene il piatto.

Non tutti arriveranno alla fine degli studi, una buona percentuale lascerà il seminario. “Ma non importa”, dice sorridendo padre Jean-Paul, “li avremo preparati alla vita con una buona istruzione, migliore, certamente, di quella che avrebbero potuto ricevere se fossero rimasti in famiglia”. In fondo anche questa è un’opera camilliana.

Il superiore dello Juvenat è anche un buon padre spirituale per alcune giovani donne in ricerca vocazionale. “Alcune di loro stanno pensando ad una laicità consacrata”, dice padre Jean Paul, “sempre secondo lo spirito e il carisma camilliano. Ma come fare? Come non scoraggiarle e nello stesso tempo non illuderle? Per una vocazione così “difficile” forse oggi i tempi non sono ancora maturi, in Burkina”.

Già, un problema serio, che padre Jean-Paul sembra voler affrontare in modo profondo, ma senza drammaticità.

Lo “Scolasticat”

  Accoglie i giovani che hanno terminato gli studi liceali, che vengono accompagnati fino al termine della loro formazione. La formazione dei novizi è garantita all’interno. I vari corsi successivi (teologia, filosofia, normali studi scolastici) vengono invece seguiti fuori, presso i due seminari maggiori diocesani e le scuole superiori. I professi temporanei sono seguiti in maniera specifica, in modo da garantire la loro rigorosa formazione.

Attualmente la comunità è composta da un postulante, 17 novizi, 11 professi temporanei e quattro professi perpetui; da due sacerdoti e un fratello che stanno seguendo corsi per diventare infermieri professionali, sono Georges Nabollé, Marc Zombre e fratel Dieudonné Sorgo, che fra l’altro aiutano anche nella formazione. Vi sono tre educatori, Prosper Kontiebo (superiore), Dieudonné Dipama e padre Andrea Amendola.

La giornata, allo Scolasticat, comincia alle 5,20 del mattino e termina alle 22,15. Tutto è regolato da un “calendario” sul quale sono segnati i vari servizi ed i compiti assegnati a ciascuno.

Preghiera, attività di studio, attività manuale (compresa la cura della casa e del giardino), tutto è affidato ai ragazzi e tutto è regolato da un orario ben dettagliato. Padre Prosper, il superiore, è un giovane prete, molto dinamico. Alto, slanciato, ti verrebbe da pensare ad un giocatore di pallacanestro. Il largo sorriso, che spesso illumina la sua bella faccia, è quello di un uomo tenace, severo anche con se stesso, pur nella cordialità. Non c’è grande differenza d’età tra lui e gli studenti. Eppure non sembra difficile per lui ottenere disciplina e il giusto rispetto del suo ruolo.

La preparazione che ogni seminarista riceve riguarda ovviamente anche le discipline medica e paramedica.

  Anche lo Scolasticat ha un suo giornalino, La flamme camillienne, che racconta la vita di questi ragazzi: gente normale, che ama gli sport, un po’ di sano divertimento, ma che dentro sente un’insopprimibile spinta ad aiutare il prossimo nel nome del Signore.

I giovani dello Scolasticat sembrano molto interessati allo sviluppo della stampa interna; si sono resi conto che un piccolo strumento, come il loro periodico, un po’ artigianale, può essere buon veicolo di notizie (e di buon umore: alcune pagine sono dedicate a freddure, battute spiritose...).

E come tutti i giovani sono molti interessati a ciò che accade al di fuori dei confini del Paese, tra gli altri giovani come loro. Chi viene da fuori, deve “pagare il pedaggio” di un incontro con loro, per dire di sé, dell’attività che svolge. È una curiosità costruttiva.

  La sera, dopo cena, è dedicata da qualche gruppo al canto liturgico; qualche gruppetto, per non disturbare gli altri, va in giardino (lo Scolasticat, come lo Juvénat, ha costruzioni semplici, funzionali, ma è circondato da un bel giardino, con orto e allevamento di animali da cortile). Qui l’accompagnamento non è con armonium o organo, ma con tamburi ed altri strumenti a percussione. Sono belle voci maschili, piene, sonore, che intonano i salmi di Davide. Se si chiudono gli occhi, il santo re pastore sembra davvero più vicino.

Si prova e si riprova, per arrivare alla più completa armonizzazione di voci e strumenti. Del resto, la “prova del nove”, se così si può chiamare, si avrà la domenica, quando una certa folla di credenti verrà a riempire la grande cappella dello Scolasticat, per partecipare alla santa Messa.

Futuri cappellani o parroci, i giovani fanno già tirocinio; la vita che li attende non sarà facile: i consigli evangelici, già difficili da seguire in una cultura che vi è preparata, qui presentano sicuramente qualche difficoltà in più. Ma i ragazzi sono robusti, nel corpo e nello spirito, “e poi gli angeli custodi ci sono davvero”, dice uno di loro con convinzione.