BRASILE:
FINESTRE DI PARADISO

LA FAVELA DELLA SPERANZA

A Rio de Janeiro, la Favela do Borel si avvia a diventare bairo: un programma ell’amministrazione

locale sta trasformando quello che era il regno dell’abusivismo in un quartiere organizzato, con infrastrutture e servizi sociali. Un miracolo ormai visibile a occhio nudo, nato dalla mente e dal cuore di due volontari un po’ speciali: Claudia e Olinto.

L’avevamo già visitata nel 1996: era un piccolo regno di disperazione e di disperati. Soltanto le scuole ed i centri sociali iniziati dal dottor Marcello Candia, nonché la presenza di un gruppo di volontari guidati da Olinto Pegoraro, davano un po’ di luce.

         Nell’anno 2000 la Favela do Borel, Rio de Janeiro, a poca distanza dal Parque Nacional da Tijuca, si sta avviando a diventare “bairo”, quartiere. Ciò che quattro anni fa sembrava l’utopia di un uomo tenace, ma solo, è diventato un programma dell’amministrazione locale. Trasformare, pian piano, tutte le favelas di Rio in favela-bairo.

         Che differenza fa? può chiedersi chi non conosce i luoghi. Abissale. La favela non ha infrastrutture: niente luce, niente gas, niente telefoni regolarmente installati. Tutto è precario e abusivo: per esempio la corrente elettrica si “ruba” con allacciamenti ai fili che la trasportano nella grande città, e le comunicazioni telefoniche si possono “scroccare” attaccando un morsetto ai fili della centralina stradale con un minimo di “scasso” che non lascia il segno. Gli scarichi sono a cielo aperto, e con il caldo che fa è facile immaginare quanto siano igienici. Le case, se si possono chiamare tali, sono costruite con materiale raccogliticcio: qualche pezzo di Eternit (materiale fuori legge perché cancerogeno), qualche mattone, un po’ di lamiera, pezzi di legno e di cartone… Nelle strade niente pavimentazione, ma soltanto fango o - dove si va meglio - terra battuta. I servizi alla persona, scuole, ambulatori, sono inesistenti.

Un salto di qualità

         Le persone che abitano la favela sono anch’esse precarie e abusive: nella maggior parte dei casi non sono censite nei pubblici registri, in pratica sono inesistenti per lo Stato. È facile - in un luogo abbandonato dall’autorità - che trovino albergo malavitosi più o meno organizzati, fuggiaschi dalla giustizia… che alimentano il clima di estrema violenza.

         Le favelas sono nate come rifugio dei diseredati, dei figli e nipoti degli schiavi liberati e poi abbandonati a se stessi, senza fonti di reddito, senza istruzione, senza cure, senza una cultura della cura di sé e del prossimo…

         La favela-bairo no, ha allacciamenti regolari, ha scuole e ambulatori; gli abitanti sono regolarmente registrati e sono cittadini a tutti gli effetti, compresa la possibilità di votare, di concorrere sia all’amministrazione del quartiere che della città, dello Stato, della repubblica federale.

          La Favela do Borel ha intrapreso questa avventura e si sta trasformando. In quattro anni ha già fatto passi giganteschi: le case e casupole sono migliorate, si sono costruite nuove scuole di diverso grado, un campo giochi per i bambini. Ci sono ambulatori dove prestano servizio professionisti in gran parte volontari: infermieri, medici di varia specializzazione, ma anche avvocati, assistenti sociali per permettere ad una popolazione, che è ancora in parte analfabeta, di difendere i propri diritti di cittadino.

         Le strade sono nella maggior parte lastricate, le fognature si stanno ricoprendo, gli allacciamenti a luce, gas e telefono si stanno realizzando. C’è ancora moltissimo lavoro da fare, siamo appena agli inizi. Ma il “miracolo” si vede ad occhio nudo.

         Un altro segno è la presenza periodica di una funzionaria dell’amministrazione comunale, una bella signora dal nome biblico, Rut, che tiene i contatti tra la favela e l’amministrazione, prendendo nota di ciò che serve e procurandolo.

Il “piccolo” Olinto e la “grande” Claudia

         Le vere “anime” del Borel sono due persone, un uomo ed una donna, che più diversi non potrebbero essere (a parte la differenza di genere). Uno l’ho già citato, ma merita senz’altro un discorso più lungo. Olinto Pegoraro è un fine intellettuale, docente di morale all’Università statale di Rio de Janeiro, che da tempo dà attenzione alla condizione disastrosa dei favelados. Suo è stato, fin dall’inizio, il sogno di trasformare questi veri e propri ghetti della miseria e dell’abiezione umana in agglomerati civili, di cittadini a pieno titolo.

         Quando, dopo una visita in favela, il dottor Marcello Candia (v. box a pag. …..) decise di promuovere e favorire la creazione di due centri sociali, nei quali i residenti potessero riunirsi, imparare un mestiere, avere visite mediche ed aiuti d’altro genere, Olinto Pegoraro - che già si impegnava nella Favela do Borel - mise a disposizione la sua competenza, la sua volontà di lavorare per il bene di questi poveri, la sua persona. Come docente universitario aveva modo di contattare molti giovani, studenti, laureandi e laureati. Fra questi radunò intorno a sé un piccolo manipolo di volontari.

         Fisicamente il professor Pegoraro non ha certo imponenza: piccolo di statura, magro, ha un viso assai espressivo con due occhietti furbi e dolci insieme; con gli italiani rispolvera l’italiano, assai corretto, imparato da piccolo poiché è d’origine veneta. Di intelligenza vivacissima, è anche un fine intellettuale. Forse proprio per questo s’intende a meraviglia con l’anziana analfabeta, con dona Valda, poetessa e sacerdotessa di riti afro-brasiliani, con i bimbi piccolissimi che gli si attaccano al  collo con passione, con le ragazzine che lo guardano sottecchi e gli sorridono dolcemente, con gli uomini della favela, duri come il pau Brasil, e fra questi anche con ladri ed assassini, che su di lui e sui suoi amici non alzerebbero mai un dito.

         Pegoraro ha un disegno preciso: dare a questa gente soprattutto i mezzi intellettuali per sapersela cavare da soli, per rendersi indipendenti dall’assistenzialismo. Vuole realmente promuovere queste persone, farle diventare uomini e donne capaci di gestirsi.

Ad aiutarlo nella realizzazione del sogno, oltre ad altri volontari, c’è Claudia, la “grande” Claudia, un pezzo di ragazza bruna di capelli e di pelle, energica, comunicativa, con tratti incredibili di dolcezza e di timidezza. Claudia vive davvero per la Favela do Borel. La gente l’ha fiutato al volo: Claudia li ama (i poveri sono particolarmente sensibili e capiscono immediatamente dove c’è assistenza e dove c’è amore). E per amore un po’ li loda, un po’ li rimbrotta.

         Usa il loro linguaggio, quello non verbale, dei gesti, delle smorfie, degli atteggiamenti del corpo. Cristiana fino al midollo, non disdegna di conoscere i riti della cultura afro-brasiliana, che è anche la sua cultura.

         Olinto e Claudia s’intendono benissimo ed in un certo senso sono intercambiabili. Entrambi hanno la volontà ferrea di vedere avverato il loro sogno, per poi esportarlo magari in altre favelas.