| Incontro con Daniele Sipione | ![]() |
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| L’AMICO DEI LEBBROSI | ||||
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Sulle orme di Raoul Follereau e Marcello Candia, Daniele Sipione – sposato, tre figli, ex cancelliere del Tribunale di Udine – persevera sulla strada indicatagli da Madre Teresa di Calcutta: «Conserva la gioia di amare e condividila con quelli che incontri». Fondatore dell’associazione I nostri amici lebbrosi, attraverso la realizzazione di microprogetti orientati allo sviluppo della persona in America Latina, Africa e Asia, testimonia la passione di aiutare il prossimo. |
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Sempre in giro per il mondo, i suoi viaggi speciali
dedicati a fare felici gli altri. «È questa la vera felicità», dice,
convinto che «con poco si vive, con niente si muore». Parlo del dottor
Daniele Sipione, fondatore dell’associazione I
nostri amici lebbrosi che ha già festeggiato il trentaduesimo anno di
fondazione e che in tutto questo tempo ha fatturato oltre venticinque
miliardi e seicento milioni di lire per i poveri del mondo. Senza scopo di
lucro. Nato nel 1930 a Rosolini in provincia di Siracusa, padre di
tre figli, cancelliere al tribunale di Udine dove vive da più di trent’anni,
già da bambino, in piena guerra, si era dato da fare per aiutare in
qualche modo i soldati allo sbando dopo lo sbarco degli alleati. A centinaia li vede vagare privi di un rifugio, di cibo,
alla disperata ricerca di abiti civili. Lui ha appena tredici anni, eppure, malgrado la giovane età, riesce a
convincere gli adulti che gli danno denaro, viveri, indumenti. Raccoglie
trecentoventi lire, un piccolo capitale, considerati i tempi. Distribuisce
tutto. Si convince che quella è la via da seguire tant’è che,
diventato adulto e conosciuta la storia di Marcello Candia, l’industriale
milanese che ha venduto le sue fabbriche per dedicarsi ai lebbrosi e ai
poveri, ne fa un modello per il suo futuro. Si mette a bussare alle porte
di parenti e amici, poi piano piano il suo raggio di azione si allarga. E
ha successo. Nel 1968 nasce l’associazione I
nostri amici lebbrosi. I soggetti ai quali si dedica sono anche
bambini poveri ed anziani. Dice: «Gli anziani e i bambini segnano il
viale della vita: rispettiamoli come il lievito del nostro domani». Amico di Raoul Follereau, il giornalista francese che ha
divulgato l’emarginazione e il ribrezzo di cui sono vittime i lebbrosi,
dello stesso ha adottato lo slogan: Contro
la lebbra e tutte le lebbre. A lui poi gli slogan piacciono. Sono
immediati, vanno diritti allo scopo. Perché fondare un nuovo ente? «Collaboro anche con altri organismi, ma qualificarmi
sotto una bandiera non significa escludere coloro che in essa non si
riconoscono. Tra i nostri sostenitori ci sono anche non credenti». Qual è la vostra caratteristica? «Quella di essere concreti nei progetti finanziati che
sono piccoli, a misura d’uomo e quindi possono essere controllati dall’inizio
alla conclusione. Tutto viene distribuito fino all’ultima lira. In più
le spese di gestione sono molto ridotte (non hanno mai superato il 5%)
perché gli amici che ci aiutano lo fanno gratuitamente». Come conciliare solidarietà e famiglia, dedizione agli
altri e dovere di essere presente e di collaborare nell’educazione dei
figli? «Certo i miei familiari un po’ ne hanno sofferto, mia
moglie però ha condiviso subito le mie scelte. Siamo entrambi convinti
che proprio aprendoci alle necessità dei poveri, l’educazione dei figli
sia stata più facile». È sicuro che un laico sposato e con figli sia più convincente nell’attirare la solidarietà altrui. Viene infatti spontaneo chiedersi: «Ma chi glielo fa fare?». |
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Così la sua testimonianza diventa decisiva. Un missionario colpisce meno perché quello che fa è come «dovuto alla veste che porta. Un laico non sposato anche. Deve pur riempire il suo tempo». Cosa le dà più gioia? «Vedere le opere realizzate che pure sono una goccia nell’oceano
delle necessità, ma anche toccare e stringere i moncherini dei lebbrosi
che mi guardano con la gioia di non essere più considerati dei
maledetti». |
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«Con la prevenzione questo terribile morbo può essere
vinto. L’ho verificato durante i miei numerosi viaggi in America Latina,
Africa e Asia. Nel villaggio Resurrezione
di Puri, sul golfo del Bengala, che la nostra associazione sostiene da
più di quindici anni, la lebbra è scomparsa. Nessun bambino si ammala
più. Ma gli aspetti medici non sono tutto. Da noi il malato viene accolto
con la famiglia, impara a lavorare e anche a risparmiare versando quello
che gli resta su un piccolo conto in banca. Stabilisce rapporti con gli
altri, difende i suoi diritti di lavoratore, manda a scuola i figli, legge
il giornale. Insomma fa quello che fanno tutti». Puntate soprattutto sul recupero psicologico? «Sì perché è determinante. La cosa che più ci sta a
cuore è la promozione umana integrale per la quale un indiano deve
diventare più indiano, un brasiliano più brasiliano. Non ci interessa
imporre schemi europei o italiani. C’è una centralità del malato che
comporta rispetto verso di lui, la sua famiglia, la sua fede, le sue
tradizioni». Mi pare di capire che l’assistenzialismo non ricorra nel
suo lessico. «Infatti cerchiamo in tutti i modi di evitarlo e lo
facciamo coinvolgendo i poveri e i malati nei progetti di sviluppo.
Chiediamo cooperazione personale, anche ai bambini, naturalmente nei
limiti del possibile. La cosa più consolante è quando visito un
lebbrosario e vedo che tutti si industriano: nell’orto, nella
falegnameria, nell’artigianato, nella cura degli animali da cortile.
Occorre far nascere nei poveri la fiducia in se stessi. E poi trovo sia
molto importante il senso comunitario del lavoro, in modo che tutti siano
responsabilizzati. Altrimenti si crea una mentalità passiva, si continua
ad aspettare che siano gli altri ad intervenire. Ma sa qual è il rischio
maggiore?». Quale? «Purtroppo il giorno in cui non li si aiuta più, per loro
si diventa malvagi, cattivi, dei nemici. Invece bisogna esigere sempre una
contropartita, anche minima». Insomma ogni cosa deve essere conquistata. «Certamente. L’assistenzialismo, inevitabile in casi
estremi, crea dipendenza. La vera promozione passa attraverso lo sviluppo
del senso di responsabilità. È indispensabile far capire che anche ciò
che viene dato per il beneficio individuale deve essere reinvestito per il
bene della comunità». Parla spesso di microrealizzazioni. Cosa intende? «Si tratta di progetti a misura d’uomo che bene si
integrano nella realtà del Paese, rispettando tradizioni e valori locali.
Il progetto tende a soddisfare un bisogno di base partendo da quelli di
prima necessità per salire gradualmente. La piccola comunità diventa ad
un tempo protagonista e beneficiaria». Dicevamo prima che in trent’anni l’associazione ha
ricevuto e speso sui ventidue miliardi di lire. Tutti rigorosamente
documentati. Lo Stato italiano, nei momenti migliori, ha sborsato qualcosa
come quattromila miliardi di lire annui. Ma dove sono realmente finiti? La
differenza è tutta qui. Mentre nel primo caso si agisce sul posto
attraverso missionari e laici
che conoscono i bisogni delle persone e soprattutto le educano e
controllano come i soldi vengono spesi, nel caso degli aiuti statali
questi vengono dati a pioggia, ai governanti locali, ma le tasche dei
poveri restano sempre vuote. La solidarietà pubblica non riesce a
scalfire, malgrado gli ingenti mezzi dispensati, i bisogni veri. Le cose
continuano a funzionare allo stesso modo e a produrre gli stessi
risultati. Anzi, spesso questi aiuti servono ad acquistare armi. Non solo lebbrosi Ma se la lebbra è la “malattia dei poveri” – quasi
mai un ricco ne viene colpito perché vive in un ambiente pulito, mangia a
sufficienza, ha cure mediche adeguate – ci sono altre “povertà” di
cui si occupa l’associazione. Come nel progetto Catena
d’amore per i bambini delle comunità più povere e anche per i
meniños de rua, bambini di strada brasiliani oggetto di
particolare attenzione da parte degli squadroni della morte. L’Unicef
denuncia la presenza di dieci milioni di questi bambini abbandonati o in
stato di semiabbandono. O come quelli malati di Aids. In Thailandia l’industria
del sesso, molto fiorente, non li risparmia, anzi se li accaparra con
ingordigia. La pedofilia e la prostituzione giovanile attirano a Bangkok
ricchi turisti di ogni Paese. Infine vi è la promozione
della donna, vittima - nei Paesi del Sud del mondo – di innominabili
e insopportabili sofferenze fisiche e morali. La percentuale di
analfabetismo tocca in alcuni posti dell’Africa il 90 per cento.
Istruite ed educate, le giovani donne si rivelano più pronte degli uomini
e intellettualmente molto vivaci, in grado di decidere e di scegliere il
loro futuro. L’associazione I
nostri amici lebbrosi ha ricevuto numerosi riconoscimenti in tutto il
mondo, compresa la medaglia d’oro al merito civile nel 1994. Il suo
fondatore, Daniele Sipione, è stato nominato Grande Ufficiale della
Repubblica. In precedenza, nel 1987, Giovanni Paolo II l’aveva insignito
dell’onorificenza di Cavaliere Commendatore dell’Ordine di San
Gregorio Magno. Franca Mola
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