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“È una questione di maiuscole: io sono solo un insegnante di filosofia, quindi riservatemi una effe minuscola”, dice Fernando Savater.
Affascinato in gioventù da Nietzsche e da Gioran, del quale ha tradotto tutta l’opera in lingua spagnola, con l’accumularsi dell’esperienza e l’affinamento intellettuale li ha in seguito rifiutati perché considerati “pericolosi”.
“Da loro ho appreso che contava solo l’Io, di fronte al quale né Stato, né Chiesa, né partito potevano reggere. Mi è però rimasta la capacità di ridere di fronte a quanti si credono superiori”.
Cosa significa per lei essere filosofo?
“Fondamentalmente penso che il filosofo debba essere un interlocutore razionale. Colui che tratta gli altri come se stesso, che si dedica a risvegliare la parte di “filosofo” che c’è in ognuno di noi, senza ipnotizzare e intimidire. Come Socrate che parlava a tutti cercando senza distinzione di convincerli ad usare la ragione. Ad un certo punto della vita è indispensabile porsi domande sulla libertà, la giustizia, l’amore, la memoria. Quando ad esempio la persona che amiamo muore, occorre tornare alla routine quotidiana e dirsi: vai avanti. Continua per lui, pensando a lui”.
I filosofi parlano spesso di etica, di morale, ma in questo sono stati un po’ espropriati dai Vescovi.
“Sì. Io non ho mai capito perché si pensa che un Vescovo abbia più autorità in questo campo. Si tende, credo, a fare confusione tra etica e religione. La prima crea una vita migliore, la seconda cerca qualcosa migliore della vita”.
Secondo Steiner “l’uomo possiede non radici ma gambe”, eppure tende ad appartenere a qualcosa o a qualcuno. È un limite?
“Per un essere umano l’importante è la sua somiglianza con gli altri individui. L’uomo non appartiene alla terra, non è un prodotto della natura, ma della società, della fratellanza. Ciò che conta non è dove è nato, bensì tra quali persone vuole e può vivere meglio”.
Esiste oramai un dovere generalizzato di arricchirsi. L’etica protestante fa da supporto ad un capitalismo impietoso destinato però a dominare?
“Razionalmente il capitalismo non si basa solo sull’etica protestante, come pensava Weber. Vi è oggi un dovere, una specie di legge non scritta secondo la quale l’importante è l’arricchimento e soprattutto l’accumulazione. Credo che si debba scegliere tra l’avere denaro e l’avere ricchezza. Non è la stessa cosa. Il denaro è l’accumulazione puramente venale, la ricchezza sono le relazioni umane, il mutuo sostegno, la sensazione di fraternità. È necessario educare a preferire questa al mero denaro”.
La soglia di guardia della specie umana è più l’odio o l’indifferenza?
“In linea di massima penso sia un’indifferenza mista ad odio, soprattutto quando vengono toccati i nostri interessi. Siamo talmente preoccupati per noi e per i nostri familiari, parenti, amici, che finiamo col giudicare gli altri degli esseri virtuali, non reali. L’indifferenza consiste proprio nel non prendere gli altri sul serio. Credo che il rispetto e il riconoscimento dell’essere umano siano le uniche armi in grado di opporsi a tutto questo”.
Nietzsche invidia il gregge che pascola perché vive nell’istante e ignora il peso del passato. La memoria è un peso in quanto insegnamento?
“È un peso, certo, ma è anche ciò che dà spessore e forza alla nostra esistenza. Una vita senza alcuna memoria sarebbe trasparente, senza tempo. Noi esseri umani invece viviamo nel tempo e il tempo è memoria, proiezione verso il futuro. Bisogna comprendere che l’umanità non è solo coscienza del proprio passato, ma anche della storia che accomuna tutti gli individui. Al di fuori di questo la vita è semplicemente un lampo senza profondità. Nietzsche stesso soffermandosi su ciò che altri avevano scritto e pensato dimostrò di essere conscio dell’importanza della memoria”.
Per essere nella verità occorre “marciare in deserti senza dèi”. Anche senza Dio?
“L’idea di Dio legata all’idea della fede mi sembra distante e distinta dall’idea della filosofia. La filosofia è fondamentalmente una ragione. È basata sull’esperienza, sullo scetticismo, la prova. È ovvio che di fronte a ciò l’idea di Dio non è volta a cercare la verità, bensì a cercare la salvezza. Diceva un pensatore francese: “Forse la verità è triste”. Chissà se è vero. Noi pensiamo che la verità in qualche modo sarà a nostro favore. E se così non fosse? Se invece fosse contro di noi? Per questo credo che cercare la verità sia diverso dal cercare la salvezza”.
In questi ultimi tempi la creatività spagnola è esplosa, tanto che alcuni parlano di un nuovo Siglo de oro. Pura casualità o giusto approdo dopo il tedio franchista e il conformismo di sinistra?
“Mi sembra troppo pensare ad un nuovo Siglo de oro. Però è vero che c’è quest’esplosione. Soprattutto la Spagna si è aperta al resto dell’Europa e del mondo. Oggi c’è una creatività che sotto il franchismo era stata repressa o nascosta e del resto c’era ben poca attenzione da parte dell’Europa verso la Spagna perché si pensava che più o meno tutto ciò che era spagnolo portasse la maledizione del franchismo. Adesso si sta cominciando giustamente ad apprezzare romanzieri, registi, pittori ed altri rappresentanti della nostra cultura. Non credo si stia vivendo un Siglo de oro, ma senza dubbio si sta facendo uno sforzo culturale paragonabile a quello di altri Paesi”.
In passato lei si è definito moderatamente anarchico ed è stato schedato come antifranchista con tutte le conseguenze che ne derivano. Oggi che ha vinto la sua battaglia, come si sente?
“È stato bellissimo vedere la dittatura sfociare nella democrazia. Come quando passa un forte dolore, ci si rende conto di quanto sia importante non sentire più male. La Spagna ha ottenuto una serie di libertà pubbliche che il resto d’Europa aveva da sempre e che quindi sembravano scontate. Oggi i giovani possono vivere come in un Paese normale. Questa è senz’altro la parte più bella della mia vita”.
Da basco come vede il problema dell’ETA?
“Purtroppo è una situazione difficile. Stiamo tornando a non avere libertà. I cittadini baschi vivono come all’epoca di Franco, anzi ancora peggio. In pratica dobbiamo sopportare una seconda dittatura”.
Pare comunque ci sia più partecipazione rispetto al passato.
“Sì, penso che questa sia la grande nota positiva. I familiari delle vittime un tempo non solo non potevano contare su alcun appoggio, ma restavano marchiati per sempre. Mi ricordo quando sequestrarono un industriale basco e tutti facemmo un’adunata silenziosa a San Sebastian. Eravamo molto giovani e alla fine diventammo amici del figlio del sequestrato. Un giorno gli dissi: “Almeno potete contare sulla gente che vi sostiene”. “No”, mi rispose, “non è vero. La maggior parte ha smesso di salutarci. Anche a scuola mi hanno emarginato”. Questo perché per la gente si erano trasformati in qualcosa di sospetto”.
Qual è il dovere di un intellettuale in queste circostanze?
“Chiarire le cose, chiamarle con il loro nome. Viviamo in un mondo di eufemismi, di bugie, di tante bugie. E invece si deve lottare contro le menzogne, chiamare gli assassini assassini e vittime le vittime. Non dire che più o meno tutti hanno colpa di tutto. Questo però non riguarda solo i filosofi, ma i cittadini in generale. La politica da polis non nasce in campagna, nelle foreste, ma è legata alla vita di città. Occorre relazionarci gli uni con gli altri dicendo basta al politically correct”.
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