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Ricordate Tutti dicono I love you? Il titolo del film di Woody Allen dovrebbe essere adottato a Roma nel contesto dei sempre più numerosi e rumorosi riti mondani, di manifestazioni artistiche, culturali e politiche. C’è scritto Love con la parola o col logo “cuore” su tante magliette e insegne, con riguardo a persone, animali e cose. Ma per quanto lo si cerchi, non c’è un marchio I love Roma. Perché? Forse perché la Capitale attrae, ma non è amata fino in fondo? Quel che hanno saputo fare i romanisti per la ROMA, squadra di calcio, con caroselli per le strade per una diecina di giorni, mega-raduno al Circo Massimo, neanche fossimo in Brasile, per festeggiare la conquista dello scudetto, non l’hanno mai saputo fare i romani per la loro città.
Deve averlo constatato con ogni probabilità da vegliardo profetico qual è Papa Woityla se, quando fece la visita in Campidoglio, parlando alla gente tra il fulgore dei marmi, ha tanto insistito sull’acronimo “Roma-Amor”, quel gioco così semplice eppure affascinante di leggere una parola al contrario e trovarla non solo compiuta e comprensibile, ma fortemente significativa e penetrante. Ma può una persona, seppure così carismatica, supplire a sentimenti che mancano?
Metropoli imbavagliata
I non-romani che hanno eletto Roma come loro patria e residenza, non hanno tenuto a freno l’impazienza durante il periodo, ormai lontano, di preparazione del Giubileo, quando la città era un gran cantiere. Ma i romani-romani non sono stati da meno. Si sono lamentati politici e imprenditori, grandi burocratici e finanzieri, commercianti e fornitori, giornalisti e attori. Nei teatri comici e satirici, nei cabaret è stato proposto in mille forme lo “strazio” di una metropoli bloccata, imbavagliata, stretta nella morsa del traffico.
Non si è trattato solo di casualità. O di imperizia. O di incuria. Alla città eterna è stato fatto più di uno sgambetto. Dal governo o da qualche ministero. O si è trattato magari di qualche auto-sgambetto. Che dire, ad esempio, di quegli interventi del sovrintendente alle antichità che più volte ha bloccato o ritardato i lavori per metropolitane e sottopassaggi? Ma talvolta forse Roma ha sofferto di spirito di persecuzione.
Di fatto la legge per Roma Capitale ha assegnato fondi inferiori a quelli chiesti e attesi. Le Olimpiadi le sono stata negate e ora si spera in quelle 2008. Inghiottito l’amaro boccone, ha cercato di rifarsi, proponendosi per l’Agenzia satellitare europea. Stessa sorte. Il tram n. 8, che scende da Monteverde, attraversa il cuore di Trastevere penetrando nel Centro storico, a ridosso da un lato di Campo dei Fiori e piazza Navona, dall’altro di Piazza Venezia e il Campidoglio, ha deragliato più volte, ha messo paura, ha ferito gente, investito auto, è stato criticato e snobbato prima di essere apprezzato e preso d’assalto. E così gli autobus mastodontici, le linee celeri, i percorsi preferenziali, le limitazioni di traffico, i parcheggi a tempo - e a pagamento -, la raffica delle multe.
Il Colle del potere
Gli esperti, i “reggitori” della città e i loro oppositori hanno tirato, a Giubileo concluso, i bilanci, ognuno secondo il proprio punto di vita. Anche nell’ultima competizione elettorale molti hanno tentato di salire sul Colle Capitolino. C’è stata la ressa per candidarsi. Non solo esponenti di primo piano dei partiti nazionali, gli stessi leader di questi partiti, ma anche esponenti di caratura minore, che si ritengono o sono ritenuti dotati. Sono scesi in lizza giganti e nani, stars e “carneadi” per conquistare uno dei 60 scranni di consigliere nell’Aula di Giulio Cesare ed essere pomposamente e impropriamente chiamati “onorevole”. Non sono “cives romani” per nascita? Non importa. Lo sono per quell’universalismo proprio della città che é “Caput mundi”, Roma-Capoccia, sempre pronta a incoronare come “Ottavo Re” un calciatore o un divo. Il siciliano Sergio D’Antoni non voleva essere anche lui sindaco romano? Scende una rossa (di capelli) toscana, un “Pirro” tarantino, un “bossiano” padano. Si fa vivo un vecchio principe, fidando sui titoli nobiliari cancellati dalla Costituzione. È troppo suggestiva, irresistibile l’idea di frequentare da padroni un luogo così carico di storia e di attraversare sale, ambulacri, salire scalinate, accedere in aule popolate di statue, busti, ritratti, bronzi di grandi rimasti immortali: imperatori, papi, re, strateghi, cardinali, conquistatori, ma anche poeti, architetti, cortigiani. Con nessuno di loro Roma è stata, nei secoli, ingenerosa. Li ha incoronati, con l’oro o l’alloro. Li ha nutriti, magari sotto le mitiche forme di una “lupa” buona, come la leggenda vuole proprio per i suoi fondatori, Romolo e Remo. A qualcuno, resosi immeritevole, ha poi voltato le spalle. Basti pensare a Cola Di Rienzo o, più di recente, al povero Craxi, bersagliato di monetine.
Insomma, ben otto si sono candidati sindaci, millecento a consigliere. Cinque anni fa si fece avanti anche un inglese, James Patrich Walston. L’unico che avrebbe detto I love Roma. Ma - vero o falso che sia stato - non gli hanno creduto. In ogni lista nobili, plebei, verdi, rossi, anziani e giovani, attori e campioni. Ma Roma non è facile da amministrare. Col Giubileo ha assunto un volto più umano: monumenti e opere tra le più insigni sono state restaurate. Il Colosseo è stato reso agibile. Ha ospitato suggestivi e incomprensibili spettacoli di tragedie antiche, in greco e in iraniano. Il Vittoriano o Altare della Patria, denigrato da alcune correnti culturali, è stato recuperato nella considerazione artistica anche sotto la spinta del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, uomo certo legato ai valori della tradizione, e reinserito nel circuito vitale della città come museo e luogo di mostre. Recentemente è lì che sono stati celebrati gli “Italyani” (“sic”), quasi un marchio di autenticità, di genialità, di successo per i quasi 70 milioni di nostri concittadini sparsi per il mondo.
Finalmente un nuovo volto
Molte parti della città eterna si sono rinnovate. Edifici desueti, come fabbriche di birra, lattifici, mattatoi, collegi, banche sono stati convertiti a sedi artistiche. L’Auditorium, atteso da mezzo secolo, è stato finalmente inaugurato, anche a pezzi e bocconi. Pur incompleto, è stato preso d’assalto sia per gli eventi musicali che per le sfilare di moda. Diverrà un punto fermo per gli affamati di luoghi strani, come gli stilisti che di volta in volta puntano sulle più celebrate piazze, da quella del Popolo alla Farnese, da piazza Venezia alla Scalinata di Trinità dei Monti o a Via Vaneto.
Con l’Auditorium Roma si metterà - assicurano - all’avanguardia nella musica, prima di Londra, Parigi e Berlino. Restaurati anche teatri mitici, come l’Ambra Jovinelli, e quasi tutti i cinematografi trasformati in multi-sale o in sale-bingo. Rilanciata Cinecittà e recuperati tanti film dei maestri del neorealismo che il tempo aveva compromesso. Restaurati infine palazzi e dimore storiche, il patrimonio pittorico e architettonico di chiese e conventi.
Roma, in ogni caso, non è amata quanto lo è New York dagli americani e Parigi dai francesi. Roma fa comodo, la si vuole conquistare e, all’occorrenza, bistrattare e denigrare con epiteti come Roma-ladrona o come la più bizantina e la più terzomondista delle nostre città. Nel terzo Millennio si riuscirà a fare giustizia di questi luoghi comuni e farla assurgere al rango delle grandi metropoli?
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