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Per non fare rimanere con il fiato sospeso, è opportuno spiegare ai “non lettori” della Claudia Mancina che con la criptica espressione “solitaria sovranità” l’autrice si riferisce alla maternità, che era diventata una sorta di “regno esclusivo” della donna ormai autonoma nelle decisioni circa la procreazione (aborto, pillola del giorno dopo, fecondazione assistita e via dicendo, che escludeva l’ingerenza maschile, ovverossia del padre).
Chi ha un minimo di familiarità con i temi del femminismo D.O.C. di matrice radicale-sinistrorsa, ricorda certamente le lotte per ottenere - invece - questo assoluto dominio, lotte che avevano anche un minimo di logica (desidererei essere ben compresa) in una società nella quale le donne con difficili maternità erano lasciate completamente sole davanti alla responsabilità di mettere al mondo e crescere un bambino. In una società in cui la metà femminile era relegata dentro i compiti del “privato” (casa e famiglia), essendo precluso l’accesso al “pubblico” (professioni e poteri) riservato alla metà maschile.
Oggi, in un tempo in cui - almeno nelle società occidentali - le donne hanno conquistato la parità di accesso e gli uomini non si sottraggono alla suddivisione dei compiti di cura (leggi lavori casalinghi), questa “solitaria sovranità” non avrebbe più senso. Anzi, secondo la Mancina finirebbe con l’essere di inciampo alle stesse donne. Che verrebbero a ritrovarsi rinchiuse - da una concezione di sé “corporativa e biologista” - proprio in quell’universo separato dal quale erano faticosamente uscite.
Morte del femminismo?
Da un pezzo anche le più accese tra le lottatrici di un tempo si sono accorte che il femminismo è ormai tramontato. Le giovani donne, soprattutto quelle che nel ‘68 vedevano la luce e quindi non hanno contribuito (e nemmeno assistito) allo svolgimento “dell’unica rivoluzione pacifica del XX secolo”, si sono trovate davanti ad una condizione femminile già assai diversa da quella delle loro madri. Accesso a tutti gli studi ed a tutte le carriere; vittoria - spesso - sui maschi in alcuni campi di esclusivo dominio degli uomini (un tempo nessuna donna, ad esempio, dirigeva una grande testata giornalistica; oggi alcune di esse sono a capo della redazione di settimanali prestigiosi, di quelli definiti “per uomini”, trattando prevalentemente di economia, finanza e politica)… Anche in amore oggi sono spesso le donne a prendere l’iniziativa… Le single sono in aumento, non soltanto perché ci sono meno uomini… Tutto questo anche se persiste quello che qualcuno ha chiamato il “soffitto di cristallo”, cioè una sorta di barriera invisibile che non permette alle donne accesso a certi campi o gradi gerarchici.
Le giovani donne, oggi, sembrano voler scivolare di nuovo verso atteggiamenti dai quali le loro madri e nonne erano uscite a prezzo di lunghi combattimenti. Indiscusse campionesse, in questo senso, sono le “veline” (o le “letterine” e tutte le “…ine” televisive): giovani con misure da shock e con occhi non proprio da oca giuliva, che esibiscono senza ritegno le rotondità tipicamente femminili, ormai un “modello” che molte loro coetanee (con le benedizioni materne) tendono a raggiungere attraverso appositi concorsi.
Che differenza con le scatenate “streghe” sessantottine, infagottate in golfoni e sottanoni amplissimi, dedite ai roghi di biancheria intima, che sembravano fare di tutto per nascondere i loro attributi sessuali!
Maternità e paternità, insieme?
Forse il ripensamento che donne come la Mancina stanno oggi tentando, aiuterà questo mondo un po’ bislacco in un’operazione senza la quale donne e uomini continueranno a ostacolarsi e ad escludersi reciprocamente.
Maternità e paternità non sono un “diritto” per nessuno, ma un “servizio d’amore” soprattutto nei confronti del figlio, di una nuova creatura che non chiede di nascere, ma che può essere felice di essere nata se si ritrova amata. Maternità e paternità stanno - tutt’e due - dentro quella parte di maschile che è in ogni donna e di femminile che è in ogni uomo.
La Mancina, da politica e filosofa, va su altre strade. Noi preferiamo quelle più semplici della reciprocità di un sentimento che - forse - sta alla base d’ogni tentativo di pace autentica: la passione per l’altro. E chi è più “altro” di un figlio?
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