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“Quando ero bambina, non riuscivo a capire quale fosse realmente la differenza fra me e i miei compagni di scuola. Io non ero cieca, perché qualcosa potevo ancora distinguere, ma nello stesso tempo sapevo di non poter vedere tutto quello che vedevano gli altri. Il mio problema però era un altro: non sapevo che nome dare alla mia condizione. Poi un giorno - avevo 11 anni - ho incontrato una ragazzina più o meno come me, che quando parlava di se stessa usava la parola “cieca”. Lei sapeva come definirsi. Quell’incontro fu illuminante perché capii che se lei poteva chiamarsi “cieca”, allora potevo farlo anch’io… Può sembrare assurdo, ma la cecità mi ha resa più fiduciosa nelle mie capacità e quando divenni completamente cieca, fui più consapevole anche di tutti gli altri sensi. E mi resi conto che c’erano altre cose, oltre alla vista, sulle quali potevo concentrarmi”.
Sabriye Tenberken comincia a pensare a se stessa come a una “cieca” quando ha 12 anni. È poco più di una bambina, ma è già forte per affrontare la difficile prova che la vita le ha riservato.
I suoi genitori l’aiutano ad “accumulare ricordi in technicolor”, spronandola a dipingere e a osservare con attenzione la natura, “così che oggi”, racconta Sabriye, “tutto ciò che io cerco di immaginare si svela davanti al mio “occhio interno” in colori brillanti e reali”. Poi la stimolano a non darsi limiti e a sperimentare le sue capacità. E infine, quando per lei diventa impossibile frequentare la scuola pubblica, la iscrivono a un liceo per ciechi dove impara a leggere usando il sistema Braille, a orientarsi con il bastone, a muoversi da sola per la città…
Gli anni più intensi
Gli anni che passa al liceo Marburg sono intensi: qui comincia a pensare al suo futuro. Il sogno è di lavorare nell’ambito di progetti di sviluppo e cooperazione internazionale. Le organizzazioni cui si rivolge, però, rispondono che una persona cieca non potrebbe mai confrontarsi con un mondo così duro e difficile.
Sabriye non si dà per vinta e con l’entusiasmo dell’adolescenza trova una soluzione: studierà il “suo” progetto e lo realizzerà da sola, senza bisogno di un’associazione che la sostenga.
Consapevole della sua condizione, sa però che per lavorare in un Paese straniero dovrà prima imparare la lingua e conoscere a fondo - più di chiunque altro - la cultura. La prima cosa che deve fare, è scoprire quale civiltà potrebbe stimolare la sua curiosità.
“Un giorno andai con i miei compagni a visitare una mostra sul Tibet. Gli organizzatori, per permetterci di apprezzare le raccolte di pugnali, mulinelli di preghiera e tavolette di legno, ci lasciarono toccare quei piccoli capolavori d’intarsio. Chissà, forse fu proprio il contatto fisico e diretto con quei legni esotici a far nascere in me la passione per il Tibet e a spingermi a iscrivermi all’istituto di tibetologia e scienze centroasiatiche dell’università di Bonn”.
Anche questa volta, però, Sabriye rischia di dover lasciare naufragare il suo progetto. Prima di lei nessun cieco si era dedicato allo studio del tibetano e non esistevano testi in Braille che le permettessero di avvicinarsi a una lingua già molto difficile anche per studenti “normali”.
Tenacia e determinazione
Sabriye non si lascia spaventare e passa ore e ore sui libri con l’aiuto di un apparecchio che trasforma le lettere in impulsi che a loro volta vengono trasmessi, attraverso aghi minuscoli, all’indice della mano sinistra. Ma col tempo, le dita diventano insensibili e le orecchie fischiano per il rumore… Se vuole laurearsi, deve allora trovare un’altra strada… La più ovvia è quella di trasporre i testi in Braille… e, con l’aiuto di un amico matematico, ci riesce in un paio di settimane.
Proprio durante gli anni dell’università Sabriye scopre che in Tibet ci sono più ciechi che in ogni altra parte del mondo. Secondo le statistiche ufficiali, su una popolazione di due milioni e mezzo di persone circa 10.000 sono prive della vista. Le cause sono diverse: polvere, vento, radiazioni ultraviolette legate all’altitudine, fuliggine e fumo all’interno delle case, carenza di vitamina A durante i primi anni di vita. E sono i bambini a pagare il prezzo più alto di questa drammatica condizione: nella maggior parte dei casi vivono ai margini della società, senza la speranza di frequentare una scuola perché non ci sono insegnanti in grado di seguirli. I genitori si vergognano di questi figli e li tengono in casa; oppure li sfruttano mandandoli a mendicare.
Sabriye ha finalmente trovato il “suo” progetto: insegnare a questi bambini a leggere e a scrivere usando il sistema Braille inventato per sé.
La ragazza tibetana
Nell’estate del 1997, a 27 anni, parte per il Tibet. Deve però arrendersi quasi subito davanti alla burocrazia e ai pregiudizi dei funzionari cinesi, che non riescono a capire come una giovane cieca possa pensare, da sola, di inventare una scuola per non vedenti. Sabriye è stremata dal lungo viaggio che l’ha portata da Pechino a Lhasa (capitale della Regione autonoma del Tibet) ed è stanca di sentirsi sempre dire di no, di trovare mille ostacoli ai suoi progetti. Decide così di usare i due mesi che ancora le rimangono, prima che scada il visto, per visitare la città.
Un giorno, mentre sta passeggiando lungo la strada dei pellegrini che gira intorno al tempio di Jokhang, il più importante luogo di culto di Lhasa, conosce Dolma, una ragazza tibetana che lavora come assistente sanitaria nelle zone rurali dell’altopiano. Fanno amicizia e Sabriye racconta i suoi progetti. Per la prima volta scopre che qualcuno trova “logico” quello che lei vorrebbe fare. “Fino a quel momento mi ero sentita dire che sarebbe stato meglio che a occuparsi dei ciechi fossero insegnanti specializzati. Dolma invece trovava del tutto naturale che nessuno, meglio di un cieco, avrebbe potuto conoscere i problemi che la cecità comporta”.
Dolma si appassiona al sogno dell’amica tedesca e la convince ad attraversare l’altopiano, per rendersi conto di persona delle condizioni in cui vivono i bambini ciechi. È un viaggio lungo e faticoso, durante il quale si percorrono chilometri e chilometri a cavallo, lungo sentieri tortuosi che si inerpicano ai margini di ripidi burroni.
Qualche settimana dopo il rientro a Lhasa, Sabryie e Dolma vanno a far visita a un orfanotrofio. Il direttore le accoglie con calore, dice che ha tanto sentito parlare del progetto e, in maniera del tutto inaspettata, mette a loro disposizione alcuni locali per poterlo realizzare.
Ora che la sua scuola ha una sede, Sabriye deve trovare i fondi per farla funzionare. Dopo vari tentativi, riesce a trovare un gruppo di persone che sembrano disposte a darle una mano. Si rende presto conto però, che chi avrebbe dovuto sostenerla, in realtà non ha intenzione di farlo: il denaro non arriva e Sabriye è costretta a dar fondo ai suoi risparmi per pagare gli insegnanti e comperare cibo e vestiti per i bambini.
Realizzazione del sogno
Ormai stanca, sta per cedere allo sconforto quando in suo aiuto arriva Paul Kronemberg, un giovane ingegnere olandese che ha lavorato a lungo nel volontariato. Paul si butta a capofitto nell’avventura e l’aiuta a superare l’emergenza.
Piano piano le cose sembrano migliorare e i bambini iniziano a frequentare le lezioni.
Per insegnare come funziona il Braille, Sabriye prepara tavolette di legno su cui incolla dei rettangoli di nappa, dove gli alunni possono attaccare e staccare le palline di feltro, riproducendo così la scansione sillabica della lingua tibetana: l’entusiasmo è così grande che in sole sei settimane i bambini riescono a imparare tutte le trenta lettere dell’alfabeto.
L’unico desiderio di Sabriye e Paul è quello di lavorare insieme. Sono pieni di idee e di energia, ma anche animati ora da una forza nuova: a Kathmandu sono finalmente riusciti a confessarsi il loro amore. “Quel sentimento era rimasto a lungo inespresso tra di noi”, racconta Sabriye. “Volevo vedere in Paul un amico cui confidare le preoccupazioni, e l’avevo sempre tenuto a distanza. Temevo di rovinare la buona amicizia e l’atmosfera spontanea del nostro lavoro. Alla fine, però, ero riuscita a capire quanto sarebbe stato bello affrontarne insieme tutte le difficoltà”.
Oggi Sabriye e Paul vivono per buona parte dell’anno a Lhasa, dove guidano un piccolo esercito composto da ventisei bambini, tre insegnanti, due governanti, un cuoco e un autista. La loro scuola ha sede nel centro di Lhasa, in un’antica casa tibetana ristrutturata, circondata da un grande giardino. I bambini leggono e scrivono grazie al Braille e studiano tibetano, cinese, inglese e matematica. Imparano a prendersi cura di se stessi e a orientarsi in città con l’aiuto del bastone bianco. Amano cantare, ballare e suonare.
L’insegnamento più importante che ricevono da Sabriye, però, è quello di imparare ad apprezzare fino in fondo la vita, per renderla ogni giorno piena e appagante.
La cecità, in fondo, è solo un altro modo di vivere. Basta avere fiducia in se stessi e si è in grado di affrontare e vincere ogni sfida.
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