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Risale al 1053 il documento più antico della sua esistenza: un monaco bavarese di ritorno in patria vi avrebbe trovato ristoro alle fatiche del viaggio. Poi la fama del Castello di Avio (TN) crebbe con quella dei suoi proprietari. Nel XII e XIII secolo fu una roccaforte dei
Castelbarco, importante famiglia trentina con vasti interessi nel Veronese.
La posizione strategica deve avere suggerito, fin dai tempi più remoti, la dislocazione di un “presidio” sulle pendici della collina di
Sabbionara, nella bassa Val Lagarina, nel punto dove il castello si è sviluppato a strati successivi, seguendo la morfologia del rilievo.
Qui i Castelbarco detenevano le loro proprietà fondiarie e potevano contare su fedeli masnade pronte a tutto. Controllavano diversi castelli (una quindicina), ma proprio in quello di Avio il ramo principale della famiglia insediò la propria dimora.
La spada e il pennello
Rinforzato nel ‘200 con l’ampia cinta muraria meridionale (“castello inferiore”), che si saldò alla preesistente (“castello superiore”), il complesso castellano è sovrastato dal mastio, imponente torrione dalla pianta assai inconsueta: un perimetro a sei lati diseguali con gli spigoli in parte smussati. Ai suoi piedi si sviluppa il palazzo baronale, che combina in piacevole contrasto la pietra e il cotto. Isolata nel verde, sempre entro le poderose mura fortificate, ha sede la casa delle guardie.
Quest’ultima custodisce un importante ciclo di affreschi trecenteschi di soggetto profano, purtroppo lacunosi di molti brani, andati irrimediabilmente perduti. Di autore ignoto, i dipinti esaltano le glorie militari del casato.
Desiderio di autocelebrazione e gusto artistico fecero dei signori di Castelbarco raffinati committenti di opere pittoriche e decorative. Particolarmente vivace è la battaglia che si sviluppa sulla parete settentrionale della casa delle guardie, dove si fronteggiano un vero esercito in armi e delle milizie rurali provenienti da un feudo della famiglia.
La “camera d’amore”
Ma anche all’interno del mastio sono godibili affreschi con scene di amore cortese. È la cosiddetta “camera d’amore”, in origine una sorta di estremo rifugio in caso di attacco nemico. Situata all’ultimo piano della torre, di pianta leggermente ovoidale, la stanza è coperta di una volta a sesto ribassato con cinque finestrelle. I frammenti pittorici della volta - manca oltre la metà del decoro - presentano, appena leggibili, due personaggi assisi in trono e delle piccole figure inginocchiate.
Di sorprendente fantasia è la decorazione delle pareti: scorre tutto intorno un motivo a tenda, sollevata a intervalli regolari per mostrare una serie di piccoli interni animati. Nei meglio conservati figura un cavaliere inginocchiato trafitto in pieno petto dalla lancia del dio Amore, una dama con in braccio un cagnolino e, sopra un cavallo lanciato al galoppo, Cupido intento a scoccare i suoi strali.
Una parata di “Vip”
Personaggi illustri hanno varcato la sua soglia: dal re longobardo Autari, con la consorte Teodolinda, agli imperatori Carlo V e Massimiliano d’Asburgo. Ma la storia millenaria di questo splendido castello ha conosciuto anche periodi di abbandono. Nel 1937, il conte Emanuele Castelbarco Rezzonico Pindemonte ne ha acquisito la proprietà, ceduta poi dalla figlia Emanuela (1987) al Fondo Ambiente Italiano che l’ha restaurata e aperta al pubblico. Un luminoso Medioevo, tutto da
gustare.
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