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Alterazioni dell’umore, sensi di colpa e di solitudine: l’ansia e la depressione sono fenomeni complessi,
malattie vere e proprie nate nel corso del XX secolo e destinate ad accompagnarci nel nuovo millennio. Donne e anziani le vittime privilegiate, ma sono le
giovani generazioni a diventare sempre più vulnerabili.
Dieci milioni di persone solo in Italia, quattrocento milioni nel mondo. Ecco l’impatto di depressione, ansia e attacchi di panico, che colpiscono tutte le fasce d’età, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) configura queste malattie fra le prime dieci cause di disabilità.
Più preoccupante, nei Paesi occidentali, è lo scenario della la terza età: sempre secondo l’OMS soffrono di disturbi dell’umore ben sette anziani su dieci. E non solo: ansia e depressione appaiono sempre più spesso associate a malattie neurologiche e questo fenomeno interessa, in particolare, l’età avanzata. I più recenti studi evidenziano questo legame con chiarezza: la metà dei colpiti da ictus (in Italia quasi 500 mila individui ogni anno) soffre di depressione, che rappresenta la complicanza psichiatrica più frequente (40 per cento) anche in chi è affetto dal morbo di Parkinson (circa 250 mila individui). Tale condizione secondo gli esperti può portare a sintomi di aggravamento cognitivo, aumentare lo stato di invalidità e condizionare l’adesione del paziente ai trattamenti riabilitativi.
Non è quindi più possibile operare una distinzione arbitraria tra “malattia del cervello” e “malattia della mente”, anche perché la coesistenza di due patologie, una neurologica e una psichiatrica (depressione, ansia o disturbi comportamentali) non è casuale: la malattia mentale è infatti correlata biologicamente a quella neurologica. Anche le malattie internistiche, come quelle che interessano fegato e rene, pongono particolari problemi per la cura dell’ansia o della depressione. Per curare la malattia in pazienti affetti da epatiti, cirrosi, stasi biliare, insufficienza renale è perciò necessario scegliere con attenzione il tipo di farmaco, il suo dosaggio, il rischio di effetti tossici e indesiderati. Altri aspetti da considerare sono inoltre l’età del paziente, il sesso, il suo stato di nutrizione, la presenza di malattie concomitanti all’ansia e alla depressione e le relative terapie che possono interferire con i farmaci utilizzati per la cura di ansia e depressione.
Si pongono quindi nuovi interrogativi sulle terapie farmacologiche da adottare: spesso gli anziani assumono contemporaneamente diversi farmaci per affrontare le malattie da cui solo afflitti e questa “politerapia” può presentare elevati rischi di interazioni o interferenze tra farmaci o perfino tra farmaci e alimenti. Gli antidepressivi di ultima generazione (serotoninergici), come per esempio la paroxetina, si sono rivelati efficaci nell’alleviare o eliminare i sintomi depressivi e sono privi degli effetti negativi sulla memoria e sul cuore, tipici degli antidepressivi di prima generazione (i cosiddetti “antidepressivi triciclici”). Agiscono aumentando il livello di serotonina, sostanza presente nel cervello e implicata nella trasmissione nervosa profonda, quella responsabile della regolazione di meccanismi come la memoria, il sonno e l’attenzione.
Il malessere del nuovo millennio
La depressione è una malattia molto diffusa che, nel corso dell’esistenza, colpisce almeno una volta una persona su cinque. Circa il dieci per cento delle assenze dal lavoro è dovuto ai sintomi di depressione, mentre il cinquanta per cento dei pazienti depressi non viene diagnosticato. Si tratta di un’alterazione dell’umore, caratterizzata da tristezza di diversa gravità, senso di solitudine, mancanza di speranza, contrarietà, sensi di colpa e dubbi.
Alcune persone possono provare questi sentimenti occasionalmente, altre hanno episodi più frequenti o con effetti più durevoli nel tempo. La depressione non è un’idea o un sentimento insondabile o comprensibile, ma una malattia vera a propria, che può durare mesi o anni.
Se si hanno dei parenti diretti ammalati di depressione, il rischio di soffrirne può essere il triplo rispetto alla popolazione normale. Ogni tre persone ammalate due sono donne. Ogni anno due donne su cento si ammalano, mentre per gli uomini l’incidenza è di uno a cento. Oltre ad avere una aumentata possibilità di ammalarsi nel corso della vita, le donne tendono a riferire, rispetto agli uomini, un maggior numero di sintomi. La vulnerabilità delle giovani generazioni sembra aumentata, probabilmente a causa di numerosi fattori: uso di sostanze, dieta e cambiamenti occorsi nella struttura familiare, sociale e occupazionale, uniti al generale incremento dell’urbanizzazione. Le differenze tra i sessi sembrano diminuire con gli anni. L’aspetto comunque più allarmante è che, per tutti, il rischio di ammalarsi è aumentato durante l’intero arco del ventesimo secolo.
Autodifesa o malattia?
L’ansia è un’esperienza che interessa il 15/20 per cento della popolazione mondiale, seppure in misura e con frequenza molto variabile: è una dimensione inevitabile del vivere con cui è necessario confrontarsi quotidianamente. Si tratta di un fenomeno complesso che appartiene alla sfera delle emozioni ed è avvertita come sensazione di attesa di qualcosa d’indefinito e spiacevole, una sorta d’incombenza minacciosa, un’irrequietezza psichica non identificabile ne definibile con precisione. La reazione d’allarme non è esclusivamente una peculiarità dell’uomo ma si ritrova anche negli animali.
Nell’animale tutti i cambiamenti fisici (aumento della vigilanza, aumento del battito cardiaco e così via) sono utili per un comportamento di attacco o di fuga. In altre parole, di fronte ad una minaccia o pericolo l’animale mette in atto una serie di modificazioni fisiche che sono funzionali ad affrontare la minaccia o tramite l’eliminazione diretta del pericolo (attacco) o tramite l’allontanamento dalla minaccia (fuga). Ciò fa capire l’importanza della reazione di allarme come condizione che facilita la sopravvivenza dell’animale.
Anche nell’uomo l’ansia, la reazione di allarme, ha un’importante funzione adattativa: a livello minimo di ansia qualsiasi prestazione sarebbe praticamente nulla, mentre con l’aumentare dell’ansia aumenta la performance e perciò la qualità della prestazione fino a un livello ottimale. Entro certi limiti, dunque, l’ansia è utile, anzi, necessaria. L’ansia cessa la sua funzione positiva quando è eccessiva, non è più utile e, quindi, diventa negativa.
Gli stati di ansia possono avere intensità variabile da un lieve senso di irrequietezza e di indefinito malessere generale a uno stato di tensione interno fino a forme acute di panico.
Nelle forme più lievi il paziente si sente a disagio, inquieto, teso, insoddisfatto. Avverte un senso di tensione che non riesce a giustificare. Nelle forme più gravi si possono provare sensazioni di irrealtà e di sbandamento o di vertigine, come se le gambe non reggessero e si perdesse il senso dell’equilibrio.
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