| |
Fino a qualche decennio fa in Italia prevaleva il tipo patriarcale di famiglia, per molteplici motivi. L’economia era in larga misura agricola e artigiana, talché la casa era comunità di produzione e non solo di consumo; le persone anziane erano depositarie di saggezza e di competenze “tecniche”, quindi si riconosceva senza particolari difficoltà il loro ruolo direttivo; la diffusa povertà impediva alle nuove coppie di acquistare o di prendere in affitto una casa per sé stesse. I “vecchi” assicuravano il lavoro ai “giovani”, questi garantivano l’assistenza per il futuro a quelli; i nonni accudivano i nipotini e davano consigli pratici sul modo di educarli; l’autoritarismo domestico era considerato naturale, anche perché corrispondeva a quello dello Stato e degli imprenditori e, oltre tutto, non era destinato a durare a lungo.
La realtà di oggi
Anche il nuovo tipo di famiglia è nato da molteplici cause, culturali ed economiche. L’attuale culto della libertà non sopporta alcun tipo di autoritarismo, la rapidità e la profondità dei mutamenti del costume hanno fortemente ridotto il valore delle tradizioni di cui erano depositari gli anziani, i rapporti di amicizia e la condivisione delle idee sembrano prevalere sui legami di parentela, l’attività professionale quasi sempre si svolge al di fuori della casa paterna, il benessere economico diffuso consente alle nuove coppie di acquistare o di prendere in affitto un appartamento, gli elettrodomestici sostituiscono in larga misura il lavoro delle nonne, le baby-sitter e gli asili nido spesso svolgono il ruolo assistenziale-educativo ieri assegnato agli anziani.
Mentre oggi i giovani hanno più tempo che in passato per diventare adulti, questi divengono anziani quasi improvvisamente, senza adeguata preparazione; perciò sono incapaci di accettarsi nella nuova condizione, sono in polemica con sé stessi e con gli altri. Chi si trova nell’età di mezzo è talmente assorbito dagli impegni familiari e professionali del presente, non si sforza di capire gli anziani, di “mettersi nei loro panni”, anche perché teme, più o meno consapevolmente, di vedere nei loro drammi lo specchio del proprio ineluttabile futuro.
I conflitti tra le generazioni sono pure legati in significativa misura al rapporto dialettico fra la tradizione e il progresso. Come è noto, gli anziani sono inclini al tradizionalismo, vale a dire alla conservazione anche di ciò che è caduco e accessorio, mentre i giovani in nome del progresso rifiutano il passato, accettano indiscriminatamente qualsiasi novità (“nuovismo” è il vocabolo recentemente proposto per designare tale atteggiamento). Alle generazioni in frequente polemica è dunque opportuno ricordare che in senso autentico la tradizione è “il passato che rimane presente”, mentre il presente si può intendere anche come “rafforzamento della rispondenza al passato”.
Le tensioni intergenerazionali sono connesse in maggior misura alla gestione del potere: economico, culturale, amministrativo, politico. Non sono affatto rari i casi di persone anziane abbarbicate ai loro ruoli e al loro potere come ostriche allo scoglio; e ancor meno rari sono i “giovani leoni” decisi a emarginare con qualsiasi mezzo e in ogni settore chi è in età avanzata.
Valutazioni e proposte
I radicali mutamenti intervenuti nel costume e nella struttura della famiglia presentano ovviamente luci e ombre, che sono da valutare obiettivamente anche in vista di indicazioni operative.
L’autonomia dei giovani sposi rispetto alle famiglie di origine è indubbiamente positiva. Essi oggi possono vivere in pienezza l’intimità coniugale, discutere e risolvere liberamente i molti problemi che la vita di coppia può presentare, gestire direttamente l’economia domestica, educare i figli come è loro diritto-dovere, senza comode e pericolose deleghe in bianco ad altri.
L’autonomia delle nuove coppie riguarda anche delicati aspetti della vita affettiva. La tradizionale ostilità fra suocere e nuore è divenuta un luogo comune, in molti casi fortunatamente non trova riscontro nella realtà, tuttavia offre lo spunto a serie considerazioni.
Abbastanza spesso il legame fra la madre e il figlio, più raramente l’amore fra il padre e la figlia, diventano così stretti da ostacolare o addirittura impedire la pienezza dell’intimità coniugale, causando profonde sofferenze a tutti. Il calo dei matrimoni deriva anche da questi vincoli innaturalmente forti e prolungati, che certi anziani desiderano restino a tempo indeterminato e certi giovani non hanno il coraggio di modificare, per incamminarsi decisamente sulla via del fidanzamento e della vita matrimoniale.
Come in un’isola felice?
Sigmund Freud ha certo esagerato giudicando inevitabile il complesso di Edipo e quello di Elettra, ma la sua teoria può servire come segnalazione di pericoli reali. Nel Genesi vi è un passo che indica la strada voluta dal Creatore: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre (…) e i due saranno una sola carne”. Logicamente ciò non sta a indicare la lontananza fisica, bensì quel distacco affettivo dalla famiglia di origine che permette l’unione totale e definitiva di un uomo e di una donna.
E tuttavia questo distacco non comporta che gli sposi debbano dimenticare i genitori e i fratelli. L’intimità coniugale è apertura e disponibilità incondizionata e reciproca fra i due, ma non implica affatto la chiusura verso gli altri: i parenti più stretti, gli amici, le associazioni, la società intera.
Il valore della coppia e della famiglia “aperta” non sembra oggi in discussione, però nella prassi accade sovente che i rapporti tra i genitori anziani e i giovani sposi siano caratterizzati dall’incomprensione, dalla freddezza, dalla diffidenza, fino ai casi estremi dell’ostilità dichiarata e del contrasto radicale. È possibile evitare tutto ciò se da entrambe le parti vi sono la discrezione, il tatto, la generosità, la pazienza, la capacità di perdono.
Considerare la vita di coppia come “un’isola felice in un mare in tempesta” è illusione, è segno di povertà spirituale e causa di ulteriore impoverimento umano. La chiusura verso gli altri non favorisce un’autentica apertura verso il coniuge, l’egoismo di coppia facilmente sfocia nei dissapori e nei contrasti. Quando ci si sposa, si rimane ancora figli, sia pure in modo diverso; analogamente, quando i figli si sposano non si smette di essere genitori, sebbene in una situazione mutata.
Una buona soluzione “fisica” al problema di cui ci stiamo occupando è la vicinanza delle abitazioni dei genitori anziani e delle giovani coppie. Essa facilita il dialogo, l’aiuto scambievole, le iniziative comuni, ma nel rispetto della reciproca autonomia. Vi sono situazioni in cui l’inserimento in una casa di riposo, per autosufficienti o non, diventa una necessità, si configura come il male minore. Logicamente all’anziano non bastano le buone condizioni igienico-sanitarie e le cure mediche, gli necessita l’affetto tangibile dei figli, delle nuore e dei generi, dei nipotini. Il detto evangelico “non di solo pane vive l’uomo” si può applicare anche agli anziani, affamati di amore in proporzione diretta alla propria debolezza psicofisica.
|
|