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Per antonomasia, l’insegnante di lingue può essere un noioso barbogio o un
reinventore di storie: attraverso la lingua egli introduce al mondo del fantastico, oppure rinchiude nel tempo della ripetizione, dell’eterno apprendimento che, in genere, è inviso al giovane studente.
In ogni caso, l’insegnante di lingua non è un creatore: è una guida per mondi che altri crearono; guida didattica o sognante, al limite è questo il suo dilemma.
Quando parliamo di Tolkien, al contrario, troviamo un uomo la cui dedizione alla filologia ne ha fatto un caso unico e assurdo: dalla lingua, dal
ricreare un mondo, egli ha potuto fare ingresso a sua volta e rendere, nuovamente e incredibilmente, fatato il mito; ha saputo riscriverlo.
Proprio in questa riscrittura egli fu contestato: poteva, un insegnante, deviare dal suo compito e diventare creatore? E poteva, un filologo perdersi nel meandro della fiaba? E poteva, infine, un uomo del XX secolo, disperdere le proprie energie per raccontare un mondo inesistente, proprio mentre l’Europa usciva dal concretissimo bagno di sangue della Seconda guerra mondiale?
Tolkien affermava: sì. Era possibile. E lo straordinario ritorno di fiamma che la sua trilogia (data alle stampe fra il 1954 e il 1955) gode oggi
- non solo grazie all’arte cinematografica - lo testimonia.
O, dicendo la medesima faccenda in altro modo e da un punto di vista diverso e opposto, quello del fruitore: perché l’uomo contemporaneo avrebbe dovuto cibarsi di un nuovo mito che si aggiungeva agli antichi, quando lo stesso lettore era stanco dell’enfatica e ricca costruzione di un’antichità che gli pareva lontana, incomprensibile, quasi invisibile agli occhi? Perché il lettore moderno avrebbe faticato per apprendere i nomi, le genealogie, la geografia di un mondo inesistente, se faticava a coinvolgersi nel tempo e nello spazio dell’esistente?
Tolkien non lo affermò, ma avrebbe potuto rispondere: proprio perché il mondo fantastico regge a dispetto della sua geografia (pure perfetta) e a dispetto delle genealogie (curatissime); ma soprattutto, il mondo della fantasia regge a dispetto di quella finzione che è il reale, quando il reale mostra gli stessi draghi e non insegna, non educa, come le fiabe, infine, a sconfiggerli, innanzitutto nel cuore stesso dell’uomo. Ed è, infatti, nel cuore dell’uomo che ha inizio la storia.
Il cuore di Bilbo
Il signore degli anelli inizia prima della sua prima pagina: inizia già ne Lo hobbit, romanzo precedente e decisivo per comprenderne il mondo e l’intrigo; inizia là, perché là trova il suo esordio la saga dell’anello, che Bilbo Baggins trova e trattiene presso di sé (o ne è posseduto?), strappandolo a un viscido essere che, da quella ricchezza aveva compreso perfettamente il dramma, trasformandosi in esso fino a non conservare nessun aspetto umano. Bilbo compie la sua missione e conquista l’anello; con quel pegno di successo e meraviglia (può scomparire indossandolo) torna nel suo paese; ma non vi torna per grazia dell’anello; vi torna perché ha un cuore grande come soltanto un piccolo hobbit può avere.
La grande intuizione tolkeniana muove da qui: a dispetto del titolo, non è l’anello a costruire il bene del suo possessore, ma il contrario; non c’è magia che possa rendere un uomo eroe: ma esiste il cuore. È il cuore che costruisce il mito, l’eroismo, la vittoria; semmai, l’anello è ambiguità assoluta, come ogni segno e distintivo del potere. Esso ha in sé una forza, ma porta anche il rischio dell’inganno: e l’inganno e la forza sono tutt’uno. Soltanto il cuore dell’hobbit (o dell’uomo) ha in dono di saper distinguere tra il bene, la menzogna e il potere.
La straordinaria forza evocativa della figura di Bilbo (e di quella di Frodo e dei suoi compagni) non gli viene solo dalla meravigliosa distanza del mondo in cui si trova a vivere; gli viene innanzitutto dal fatto che ci somiglia. In questa sua somiglianza, il lettore ritrova se stesso e la propria, unica e imprescindibile “sfida” all’anello.
Tolkien racconta all’uomo questa sua sfida eterna tra “fraternità” (questo è il senso del popolo degli hobbit) e menzognapotere.
Avrà cuore, Bilbo, di lasciare l’anello?
“Ora che è giunto il momento, ti confesso che non mi garba affatto dovermene privare”. Così risponde il mite Bilbo Baggins allo stregone “buono” Gandalf, quando questi gli chiede di abbandonare, infine, l’anello. E la risposta nasconde un crescente senso di ansia, di gelosia, di paura: tutte queste cose, infatti, produce l’anello in chi lo possiede troppo a lungo. Il suo “dono”, la sua “magia” trasformano anche l’uomo (o lo hobbit) più docile, in un mostro di avidità.
Bilbo, infine, abbandonerà l’anello, mentre Gandalf, che ne conosce il potere terribile, non oserà neppure prenderlo nelle proprie mani: egli è saggio e sa bene quanto male potrebbe compiere un tale potere nelle mani di chi, per natura, di potere ne possiede già troppo: tale è lo stregone, e tale è il motivo per cui non lo sfiorerà neppure con un dito.
Ma la vera battaglia è iniziata, e il cuore di Bilbo, divenuto d’un tratto avaro, ne ha mostrato il rischio, che è il rischio di ogni storia di uomini: ciascuno, dice Tolkien, deve decidere, all’inizio del proprio cammino, quale uomo vuol essere e quale uomo sarà: se sarà un uomo forte, ma schiavo del proprio potere, o un uomo libero da ogni potere.
Il mondo lontano è il mondo quotidiano
In questa sfida interiore, che nel romanzo si giocherà dalla prima all’ultima pagina, Tolkien ritrova la seria concretezza dell’uomo che, pur raccontando una storia lontana, parla del suo presente e del presente eterno dell’umanità.
La sfida che si gioca nell’assurdo mondo degli hobbit, degli elfi, degli orchetti è la medesima che l’autore ha visto e intuito giocarsi nella sua Europa e che noi rivediamo nel mondo globale in cui siamo chiamati a esistere e scegliere a nostra volta: bisogna decidere, infatti, se stare dalla parte di chi possederà l’anello e il dramma del potere e della sopraffazione, o dalla parte di chi condurrà l’anello a distruzione, con sofferenza, sapendo bene come ciò debba significare la “fine della magia”, ma anche la fine del prevaricare dell’uomo sull’uomo.
L’anello è il simbolo del potere. Chi lo distruggerà, pur avendolo per un istante posseduto?
In questo mondo, afferma Tolkien seguendo i grandi autori antichi delle saghe, occorrono uomini fragili, ma coraggiosi: Frodo, i suoi compagni, Aragorn, destinato ad essere il re giusto, che dice: “i semplici… semplici vogliono restare”. Il fascino del romanzo è tutto in questo “miscelarsi” di debolezza esteriore e forza morale (l’esatto inverso di ciò che hanno insegnato i “Rambo” di cui l’immaginario moderno si è intessuto). Gli eroi di Tolkien somigliano piuttosto a Parsifal, cavaliere dal cuore integro, non il migliore nella battaglia (quello fu Lancillotto), ma sì nell’onestà.
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