L'incapacità di leggere e di comprendere

LA DISLESSIA

Più diffusa nei Paesi di lingua anglosassone, in Italia interessa il 3-5 per cento della popolazione. Al disturbo della lettura si accompagnano anche difficoltà nella scrittura, nel reperimento di termini appropriati e nella memorizzazione di vocaboli nuovi.

“Suo figlio è svogliato, si distrae facilmente, e quando lo chiamo alla lavagna si mette a piangere o fa scenate isteriche: è molto permaloso, ma si dovrebbe impegnare di più”.

“Sembra attento alle lezioni, ma dalle verifiche ci accorgiamo che non studia e non memorizza: è pigro e disordinato”.

“Dovrebbe fare più esercizio perché legge piano, salta le parole e si esprime in modo confuso: partecipa poco alla vita di gruppo ma è molto intelligente e proprio per questo da lui ci aspettiamo molto di più...”.

Ecco tre giudizi classici che spesso i genitori si sentono formulare dagli insegnanti dei propri figli, di solito tra la seconda e la terza classe elementare. Giudizi che si possono riassumere in un unico concetto: “Non gli mancano le doti ma ha un rendimento scarso perché non si applica a sufficienza”. Eppure, benché nella maggior parte dei casi si tratti realmente di svogliatezza e scarso impegno, ogni venticinque scolari le statistiche ci dicono che ve n’è almeno uno dislessico. Sarebbe perciò sbagliato etichettarlo semplicisticamente come “bambino  caratteriale” o “troppo vivace”: il vero problema - correggibile a patto di un riconoscimento scrupoloso e tempestivo -  è un disturbo della lettura. In questo caso specifico, dunque, la personalità esuberante e aggressiva o viceversa timida e scostante non è la causa ma l’effetto di una difficoltà di apprendimento - la più diffusa -, che porta il giovane scolaro a evitare tutte quelle prove che sa già in partenza destinate a un esito negativo e, peggio ancora, a essere accompagnate da derisione o critiche frustranti da parte degli altri alunni della classe.

Più diffusa nei Paesi di lingua anglosassone, dove può sfiorare picchi del 17%, in Italia la dislessia interessa il 3-5% della popolazione generale: questo significa innanzitutto che essa riguarda anche gli adulti - si tratta spesso di casi lievi e, per così dire, autocompensati - e in secondo luogo che alcune forme possono essere così  sfumate da sfuggire subdolamente alla diagnosi.

Spesso al disturbo della lettura si accompagnano anche difficoltà nella scrittura, nel reperimento di termini appropriati e nella memorizzazione di vocaboli nuovi, e con buona frequenza anche problemi nel calcolo. Alcune ricerche su gruppi di gemelli confermano l’esistenza di una  familiarità della dislessia, la cui predisposizione genetica è riconducibile alla presenza di particolari caratteri  in due coppie di cromosomi.

Le cause del disturbo

Una volta acquisita la tecnica, la lettura diventa un’operazione così spontanea e scontata che risulta difficile pensare alla complessità delle operazioni mentali ad essa correlate. La dislessia consiste proprio in un mancato sviluppo di questi automatismi: ne consegue che il bambino, pur senza manifestare deficit intellettivi o problemi neurologici, è rallentato nei processi basilari dell’apprendimento e, malgrado un’istruzione adeguata, le sue prestazioni scolastiche risultano di molto inferiori rispetto a quelle dei coetanei.

Numerose ricerche hanno cercato negli ultimi anni di scoprire le cause del disturbo, e hanno permesso di identificare due tipologie, nelle quali sono inquadrabili il 60-70% di tutti i bambini dislessici:

  • quelli che leggono in modo sostanzialmente corretto ma sono lenti: si tratta della dislessia detta di tipo  P (o percettivo), dovuta alla permanenza in una fase iniziale dell’apprendimento della lettura;

  • quelli che hanno tempi di lettura adeguati ma commettono numerosi errori. In questo caso la dislessia è definita di tipo L (linguistico) ed è caratterizzata dal fatto che il bambino si concentra nell’applicazione delle regole linguistiche e finisce così per ignorare i contenuti del testo. In pratica pronuncia bene le singole sillabe ma da l’impressione di non capire nulla - e di fatto è così - di quello che legge.

V’è infine una dislessia di tipo misto (M), nella quale sono presenti elementi comuni alle due forme sopra descritte.

Il trattamento e la cura

La cura della dislessia, come si può immaginare, è complessa e consiste innanzitutto nel rendere consapevole il bambino della natura del proprio disturbo e successivamente nel proporgli un metodo che lo aiuti a superare le proprie difficoltà. A questo riguardo è fondamentale il ruolo di tre figure:

  • i genitori, che devono fornire il massimo sostegno psicologico e soprattutto non avere fretta, in quanto un trattamento adeguato può richiedere diversi mesi;

  • gli insegnanti, che non dovrebbero colpevolizzare o ridicolizzare il bambino ma semmai evitargli brutte figure davanti ai coetanei e trasmettergli sicurezza, elemento indispensabile affinché lui mantenga un buon livello di autostima;

  • il pediatra di famiglia, che dovrebbe essere la figura di riferimento per consigli e valutazioni periodiche dell’andamento complessivo del bambino.

Fino a qualche tempo fa si riteneva che il trattamento della dislessia fosse esclusivamente di carattere logopedico. Recentemente, invece, sono stati compiuti notevoli progressi nella conoscenza sul funzionamento del cervello: si è scoperto, ad esempio, che le fasi iniziali di apprendimento della lettura sono regolate dall’emisfero destro del cervello, e che il momento più delicato è quello del passaggio alla predominanza dell’emisfero sinistro. Sono state così elaborate due nuove tecniche che, in base a studi condotti dall’Istituto Eugenio Medea di Bosisio Parini (Lecco) hanno dato risultati lusinghieri e nettamente superiori a quelli finora ottenuti con le strategie tradizionali: il metodo di Bakker consiste nella stimolazione selettiva di una sola metà del campo visivo mediante proiezione di parole su uno schermo, con l’obiettivo di attivare l’emisfero cerebrale più “pigro”. Il metodo di Geiger-Lettvin si basa  invece sull’utilizzo di una mascherina che limita la visione periferica durante la lettura, e su un addestramento particolare per  affinare le abilità di coordinazione oculo-manuale. Spetta naturalmente a un esperto la scelta della soluzione più adatta a ogni bambino.

Infine un consiglio: è sempre utile un controllo della vista e dell’udito. Di solito questi due organi di senso sono normali, ma è bene accertarsi che il bambino, prima di iniziare qualsiasi trattamento, si trovi nelle migliori condizioni psicofisiche.

Piercarlo Salari